
Caos domani in Portogallo nei voli e in tutti i servizi essenziali per lo sciopero generale dei lavoratori indetto dall’União geral de trabalhadores (Ugt) e dalla Confederação geral dos trabalhadores portugueses (Cgpt), i due maggiori sindacati nazionali. Nel mirino delle organizzazioni sindacali, la riforma del lavoro presentata a luglio dal governo di Luís Montenegro, leader dei conservatori del Partido Social Democrata (Psd). Dopo mesi di frenetici contrasti fra il governo e i rappresentanti dei lavoratori e nonostante alcune concessioni dell’esecutivo, lo sciopero cresce a macchia d’olio, tanto che che all’iniziativa hanno aderito finora più di cinquanta sigle sindacali.
Il progetto di riforma, denominato “Trabalho XXI”, cambia più di cento articoli della legislazione sul lavoro, il Codigo do trabalho. Secondo i sindacati le novità indeboliscono i diritti dei lavoratori, rendendo meno sicura l’occupazione e aumentando il precariato.
Replica il governo e lo fa con la ministra del lavoro Maria de Rosàrio Palma Ramalho, secondo cui la riforma non è pensata per favorire le imprese ma, soprattutto, la legge attuale si basa su un modello di lavoro e di relazioni del lavoro ormai profondamente inadeguati», perché troppo rigidi e quindi dannosi per la competitività dell’economia portoghese.
La riforma accresce la flessibilità dei rapporti di lavoro e rende più facile licenziare. Ad esempio per il datore di lavoro sarà meno oneroso rivolgersi al tribunale per evitare il reintegro di un dipendente licenziato, inoltre le piccole e medie imprese potranno licenziare senza presentare una giusta causa. Ancora: attraverso un accordo tra datore di lavoro e dipendente sarà possibile allungare l’orario settimanale fino a un massimo di cinquanta ore (in precedenza era possibile solo con l’approvazione di almeno il 65 per cento del personale).
L’ultima riforma del lavoro di queste proporzioni risale al 2012, quando il Portogallo era in preda ad una clamorosa insolvenza sul debito pubblico. All’epoca, tra le varie misure richieste dalla Commissione europea, dalla Banca centrale europea e dal Fondo monetario internazionale, ci fu proprio una profonda riforma del mercato del lavoro, che il governo e i sindacati dovettero obtorto collo accettare, per salvare il paese dalla catastrofe.





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