
Non le manda a dire Federico Rampini, autorevole inviato del Corriere della Sera a New York, sulla deriva della Socialdemocrazia negli Stati Uniti, così come in Italia, senza nemmeno escludere le roccaforti tradizionali del Nord Europa. Un suo recente articolo sul Corriere ha per titolo “Svezia e Gran Bretagna: parte dl Nord Europa l’addio al modello socialdemocratico”.
Il male che sta consumando i partiti di sinistra si chiama, per Rampini, la politica affidata a star e celebrity multimilionarie. «Negli Stati Uniti, così come in Italia – questa l su recente analisi al programma Quarta Repubblica di Nicola Porro – è in atto una deriva, che sta portando le forze politiche di sinistra a diventare i partiti delle star dello spettacolo». E fa qualche eloquente esempio. «Qui in America le serate degli Oscar stanno diventando una serie di comizi politici, delle sedute di indottrinamento politically correct, le celebrity multimilionarie dell’arte, dello spettacolo, dello sport, sono schierate in maniera compatta a favore degli immigrati, della battaglia antirazzismo, dei diritti dei gay, della lotta contro il cambiamento climatico. Ma in tutto questo non mi si parli di coraggio, visto che ormai in quel mondo la vedono tutti così».
E qui arriva l’affondo: «Ma soprattutto, una sinistra diventata partito delle celebrity non si accorge di perdere credibilità agli occhi di quello che dovrebbe essere la sua base popolare. E alla base popolare non piace la politica affidata alle star multimilionarie come portavoce della sinistra».

«Che Rampini, come sempre, stia analizzando i fatti con grande lucidità – osserva Renato d’Andria, presidente della Fondazione Gaetano Salvemini – lo dimostra quanto ormai sta accedendo regolarmente in Italia nelle principali kermesse cinematografiche. Penso al recente David di Donatello, ma anche alla Mostra del Cinema di Venezia. Tutti eventi nei quali i vincitori non hanno esitato, salendo su palco per ritirare i riconoscimenti, a lanciare proclami politici nel segno della sinistra Pro Pal». «E’ sacrosanto, ovvio, che ciascuno possa manifestare le proprie idee, ci mancherebbe. Ma la sensazione è che vi sia un’unica linea politica, sempre la stessa, a propalare messaggi politici unidirezionali, senza alcun contraddittorio. E tutto questo, secondo me, con l’arte cinematografica c’entra poco o niente».





Rispondi