
Le notizie che arrivano dal profondo, travalicando le ingessate ricostruzioni ufficiali, ci raccontano cosa sta davvero accadendo in Francia.
E’ indignazione tra i cittadini dopo che Bally Bagayoko, il sindaco di estrema sinistra della zona off-limits più degradata del paese, Saint-Denis, si è unito agli studenti rivoltosi, la maggior parte musulmani di seconda e terza generazione, che stavano attaccando un liceo della zona. Nelle immagini pubblicate si vede chiaramente il sindaco ridere con loro, dare il cinque e saltellare con i manifestanti.
«Il liceo Nelson-Mandela – fa eco l’economista Jean Messiha – è in fiamme stamattina a Nantes. No, non si tratta né di una “mobilitazione liceale” né di una “manifestazione per reclamare più mezzi”. Non si possono reclamare più mezzi quando si dà fuoco a quelli che si hanno già! Si tratta di un’intifada arabo-afro-islamica animata da un odio altrettanto vendicativo quanto inestinguibile verso la Francia e i francesi. L’abbondanza di bandiere algerine e palestinesi finirà di convincere i gauchistes più scettici di ciò che dico».
I numeri, come sempre, spiegano i motivi laceranti della protesta. Due articoli del Financial Times pubblicati ieri si soffermano sulle cause alla base delle preoccupazioni che scoraggiano i players internazionali ad investire in Francia.
Il confronto con Roma è impietoso per i conti pubblici di Parigi. Pe fare un esempio, mentre lo spread Italia-Germania si è ridotto da circa 200 a 100 punti, nello stesso periodo lo spread Francia-Germania è passato da 58 a 121 punti. «La Francia – analizza l’economista Giuseppe Liturri su Starmag – non solo mostra un deficit/PIL fuori controllo che ancora per il 2026 resterà intorno al 5,5% ma, soprattutto, non dà alcun segnale che lasci pensare che in futuro cambi la traiettoria di quei conti e del rapporto debito/PIL».
«Al contrario – aggiunge – l’Italia sta dimostrando ormai da diversi anni una solidissima tenuta. Anzi, proprio nel corso di un generale processo di riposizionamento dei prezzi di tutta la curva dei titoli obbligazionari e governativi, noi restiamo fermi come una sfinge e ci muoviamo di conserva col mercato. Né peggio e né meglio. Sicuramente meglio dei francesi. In altri tempi, una crisi come quella del golfo Persico, con i rinnovati timori di inflazione, avrebbe messo i nostri titoli nel mirino».





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