L’altolà di Donald Trump, che intima all’Ucraina di cessare i bombardamenti contro le raffinerie russe di petrolio, riaccende anche in Italia l’aspro dibattito sui motivi che hanno portato negli ultimi trent’anni alla chiusura di circa la metà degli impianti italiani per la raffinazione del greggio. Tema, questo, più che mai incandescente, come ben sanno i poli produttivi della pesca e dell’agricoltura, che funzionano a diesel, ma anche gli automobilisti che per andare al lavoro pagano la benzina più di quanto possano guadagnare in una giornata.

Nei primi anni ’90 in Italia erano attive 20 raffinerie, oggi siamo a circa la metà. Dal 2009 in Europa ne sono state chiuse circa 30, pari al 20% del totale. E in Italia il numero degli impianti si è dimezzato, con una capacità produttiva scesa da 106,6 a 83,3 milioni di tonnellate l’anno. 

Nel suo libro, “Occidente o niente”, Mario Sechi attribuisce la colpa all’Europa e ai suoi «errori giganteschi», come quello di aver chiuso le raffinerie «con una perdita di capacità superiore a 1 milione di barili al giorno, in nome di una politica verde che ha sfasciato la manifattura europea». Tanto che pochi giorni fa il governo ha incontrato i rappresentanti degli impianti per la raffineria, invitandoli ad aumentare la produzione. A pesare sul caro carburanti non è solo la chiusura di Hormuz, ma quella ideologia green dell’Unione Europea che ha portato all’attuale stretta energetica. E nel dialogo con l’esecutivo Meloni è stata proprio l’Europa ad essere chiamata in causa. «Mancano 5 milioni di barili al giorno di raffinazione – ha dichiarato Gianni Murano di UNEM, la principale sigla dei petroliferi italiani – ciò significa che l’Italia da sola non può fare nulla, perché questo è un problema che nasce in Europa e va risolto in Europa».

Si lavora, quindi, anche sul fronte dell’Unione. Il governo punta ad aumentare la produzione delle raffinerie italiane di almeno 1-1,5 milioni di tonnellate l’anno. Giovedì scorso si è tenuto un incontro al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, con il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin e il ministro Adolfo Urso. L’esecutivo intende avviare rapidamente tavoli tecnici per individuare le prescrizioni di normative nazionali che potrebbero essere ammorbidite. Dal canto loro, gli operatori si sono impegnati a mantenere gli impianti al massimo della capacità operativa e a valutare investimenti per sviluppare strutture già autorizzate, ma attualmente ferme.

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