
Continua la pubblicazione a puntate degli Atti del Convegno “La Pace Possibile” organizzata dalla Fondazione Salvemini nel settembre 2011. Testi di grande valore storico, che suonano ancora oggi attualissimi.
In questa seconda parte del suo intervento, Elio Veltri ricorda i rapporti fra Paolo Sylos Labini e Gaetano Salvemini.
ELIO VELTRI / SECONDA PARTE
A proposito dell’umiltà che qualche volta bisognerebbe veramente avere, Silos Labini scrive: «Conobbi Salvemini quarant’anni fa a Cambridge, dove ero andato con una borsa di studio. Mio padre aveva scritto a Salvemini, di cui era amiratore. Mio padre era antifascista e aveva avuto in Gaetano Salvemini uno dei suoi punti di riferimento».
Il padre di Sylos Labini era un funzionario pubblico, fu subito destituito, cacciato dal lavoro, e la vita non fu facile. Nella lettera lo informava che Giustino Fortunato – era un altro interlocutore, siamo a questi livelli – legato a Salvemini da profonda amicizia, era di casa, casa di Sylos, «giacché era un fratello della mia nonna materna». «Salvemini – continua Sylos – mi accolse come un parente, diciamo che mi adottò come un nipote. Egli era un pugliese estroverso, con simpatie ed antipatie travolgenti, verso di me per fortuna mostrò subito simpatia». E Sylos continua: «Uscivamo alle 8 del mattino per fare colazione, lui andava nella biblioteca dove aveva un bugigattolo come studio e io andavo a seguire i corsi di Shumpeter. Ogni mattina mi preparavo una domanda, essendo consapevole di andare a braccetto con un pezzo di storia patria».
Poi Sylos racconta un paio di episodi. Uno è un incontro tra Salvemini e Henry Wallace, che era stato ministro dell’agricoltura con Roosvelt. Questo signore aveva fatto una scissione del Partito democratico americano e aveva dato vita a un movimento più radicale, filocomunista e, in quanto tale, anche filosovietico. Le cose che scrive Salvemini nei confronti del sistema societico e dello stalinismo sono al fulmicotone. Wallace quindi va a trovare Salvemini perché ha intenzione di chiedergli di aderire a questo movimento. E Salvemini gli dice: «Al tempo della prima guerra mondiale sono stato imbrogliato da Wilson e dai suoi famosi “punti”, che sono rimasti sulla carta. Io ci avevo creduto. Al principio della seconda guerra mondiale sono stato imbrogliato da Churchill. Gli avevo dato fiducia e invece dopo si è visto che aveva mire piuttosto brutte sull’Italia: voleva un fascismo senza Mussolini. Adesso lei vorrebbe farmi imbrogliare da Stalin. No, questo è troppo». Questa è stata la risposta di Salvemini.
Invece, quando torna in Italia, nel ‘49, c’è questo episodio simpatico che riguarda Togliatti. Salvemini era ammalato, aveva l’influenza. Togliatti, che era andato a trovarlo, si rivolge al suo segretario e dice: «Questo dovremmo prendercelo noi». Salvemini, dal letto, commentò: «il giorno in cui in Russia la Costituzione venisse veramente applicata mi potreste contare tra i sostenitori del Partito Comunista, ma credo che quel giorno sia assai lontano, la Costituzione sta solo sulla carta e non viene affatto applicata. In quel Paese non c’è libertà». Togliatti incassò e ridacchiava. Sylos Labini non era presente, ma gli è stato raccontato da Ernesto Rossi.
Ancora Sylos racconta: «Salvemini venne a trovare mio padre e lui gli disse che era stato troppo severo con Giolitti». Sapete che su Giolitti Salvemini scrisse il libro “Il ministro della malavita”. «Salvemini diede ragione a mio padre e gli disse: “avevo già pensato di addolcire il giudizio nella prossima edizione del libro”». Il punto è che «Salvemini – scrive Sylos – non era come quegli intellettuali che si mettono gli occhiali e vedono ciò che vogliono vedere e non vedono quel che non vogliono vedere, magari arrampicandosi sugli specchi. Egli invece prende atto che il bianco è bianco – anche Sylos era così – mentre si attendeva che dovesse essere nero. E lo dice. Salvemini aveva una avversione totale per le interpretazioni dottrinarie, calate dall’alto, e prediligeva l’applicazione del metodo empirico ai problemi sociali, in particolare a quelli del Mezzogiorno». E poi le indagini: «Prima di scrivere, Salvemini andava a vedere di persona, stava sul luogo, cercava di capire. In America imperver- sava il maccartismo. Salvemini era inferocito e stava meditando di rinunciare alla cittadinanza americana, che aveva preso perché il fascismo gli aveva tolto quella italiana». Un giorno disse a Sylos: «Io qui faccio un attacco al gruppo diri- gente americano, perché non è sopportabile quello che sta succedendo». E un uomo politico influente lo definì “la suocera della democrazia”. Aggiunge Sylos: «Salvemini era sempre lo stesso, aveva difeso le sue idee e la democrazia in Italia e continuava a farlo in America, dove un senatore influente arrivò a proporre di privarlo della cittadinanza come nemico pubblico, perché criticava con durezza il presidente degli Stati Uniti durante la guerra, e questo era considerato quasi un tradimento».
Sylos Labini conclude: «Ho imparato da Salvemini che lo sviluppo economico non significa automaticamente sviluppo civile». Sylos ha sempre detto che sviluppo economico e sviluppo ci- vile devono camminare insieme. «Soprattutto quando ho cercato di capire le radici economiche della mafia, l’insegnamento di Salvemini per me è stato questo: che l’economista puro è un asino puro. E se io non sono proprio un asino puro, lo debbo in primo luogo a Salvemini».
E vorrei concludere con questa citazione di Salvemini presa dalla rivista Il Ponte. Salvemini quando tornò in Italia riprese la sua cattedra a Firenze di storia moderna e tenne la prima lezione. Solo che anziché fare una lezione accademica, raccontò ai ragazzi e alle ragazze qual era stato l’iter della sua vita. Che cosa aveva imparato fin dalle elementari e quali erano stati i suoi insegnanti, i suoi maestri. E conclude la lezione con queste parole… spero di non commuovermi per- ché purtroppo ogni volta che la leggo mi capita, ma oggi farò di tutto perché non mi succeda: «Nell’inverno del ‘44 – dice Salvemini – conversando in America con un amico, mi venne detto, chi sa come, che, tutto compreso, quel gruppo di amici, che si era formato a Firenze tra il 1892», data di nascita del partito socialista italiano, «e il 1895, non poteva dolersi di avere avuto cattiva fortuna. Uno era stato impiccato dagli austriaci», era Cesare Battisti, «sua moglie e un’altra ave- vano dovuto rifugiarsi in Svizzera; uno era stato sbalzato nell’America meridionale; io nell’America settentrionale; due erano rimasti in Italia; non ne sapevo nulla, ma ero sicuro che anch’essi ave- vano conservato il rispetto di se stessi. Poter chiudere gli occhi alla luce dicendo Cursum consummavi, fidem servavi, quale migliore successo nella vita? Questo è quello che conta. L’amico mi guardò interdetto e tacque. Due anni dopo mi disse: “Spesso ho ripensato a quello che mi dice- ste quella volta, avevate ragione”».
E Salvemini commenta: «Le persone di educazione inglese sono spesso lente a capire, ma capi- scono sempre per il verso buono. Invece di farvi una lezione di storia, ho sprecato un’ora, lodando il bel tempo antico: sintomo di senilità galoppante. Ve ne chiedo scusa non lo farò più».





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