Prosegue la pubblicazione degli Atti del Convegno “Dalla Pax Togliattiana alla Pax Berlusconiana” organizzato dalla Fondazione Gaetano Salvemini e tenutosi a Roma il 21 settembre 2011 presso la Sala Capranichetta in Piazza Monte Citorio. E’ la volta del lungo, interessante ed attualissimo intervento del professor Michele Ainis, docente di Diritto Costituzionale all’Università Roma 3

MICHELE AINIS

DOCENTE DIRITTO COSTITUZIONALE UNIVERSITÀ ROMA 3

Io partirei dalla diagnosi della Fondazione Salvemini. E’ una diagnosi che ahimè, mi pare ineccepibile. «Viviamo in un paese disunito, frastagliato, in una guerra civile silenziosa», dice il presidente della Fondazione Salvemini Renato d’Andria. E probabilmente non siamo mai stati così disuniti come nell’anno in cui cade il nostro compleanno collettivo, i 150 anni. Per due ragioni, a mio giudizio: perché questo Paese è frastagliato in lobby, in corporazioni, in caste che sono armate l’una contro l’altra. E in secondo luogo perché si è aperta un frattura tra la società politica e la società civile. Allora, poiché mi pare che ci viene chiesto di dare qualche idea, qualche proposta, credo che bisogna innanzitutto partire da una rapida radiografia dei nostri guai.

La mobilità intergenerazionale è in Italia tre volte più bassa che negli Stati Uniti, cioè la possibilità di schiodarsi dalla classe di reddito dei propri genitori. Questo significa – dice il Censis – che il 61% degli italiani considera le relazioni di papà e i quattrini di famiglia più importanti dei talenti. I parenti sono più importanti dei talenti. E poi è difficile dar loro torto quando, per esempio, Almalaurea tre anni fa ci ha raccontato che il 44% degli architetti italiani è figlio di architetti, il 42% degli avvocati è figlio di avvocati, il 39% degli ingegneri è figlio di ingegneri e via via. Tutto questo poi ha un riflesso: si lega inevitabilmente con una scarsa libertà economica.

Il Wall Street Journal ci ha situato al quarantaquattresimo posto nel mondo su questo versante; per quanto riguarda l’indice globale della competitività siamo al quarantanovesimo posto, cioè dietro al Portorico, per intenderci, e così via. Per esempio, l’International Religius Freedom Report del 2010 ci ha bacchettato perché i privilegi che dispendiamo al Vaticano offendono la libertà di religione.

Tutto questo ha un costo, ha un costo se tu stai vivendo in Italia e, essendo un ragazzo, sai che il tuo destino sociale dipende dal certificato anagrafico che hai ricevuto in sorte, oppure dipende dalla tua capacità, dalla tua abilità di venderti l’anima a una lobby. Insomma, è difficile coltivare fiducia ed è difficile praticarla. La crisi etica che noi viviamo è anche una crisi di legalità, è anche una crisi di eguaglianza ed è una crisi di efficienza, perché la promozione sistematica del “cretino”, diciamo, non ti fa andare avanti come sistema Paese.

Quale cura? Io un paio di anni fa in un libretto avevo un po’ paradossalmente lanciato una provocazione, che è quella delle “azioni negative”. Noi abbiamo fatto una qualche parziale esperienza delle azioni positive in Italia ed anche nel resto del mondo. Cioé in molte costituzioni del mondo sono previsti dei vantaggi rispetto a categorie sociali svantaggiate; allora forse potremmo deciderci – è forse un po’ un paradosso, ma lo metto qui – a penalizzare… voglio dire: tu sei notaio, figlio di notai, fai un concorso da notaio e un notaio italiano su sei è figlio di notaio. Allora parti un punto dietro degli altri. Poi se sei bravo vinci ugualmente. Mi diranno che è una bestemmia…

Comunque, al di là di questo, certamente c’è bisogno di liberalizzazioni autentiche, a partire dall’abolizione degli organi professionali, di cui si è cominciato a parlare ma poi non si conclude.

Certamente c’è bisogno di meccanismi che possano rendere vincolante una qualche rotazione nelle cariche, per ottenere un ricambio nelle classi dirigenti: non solo quelle politiche, ma anche quelle economiche e quelle sociali.

L’ASTENSIONISMO CRESCENTE E L’ANTIPOLITICA

Il secondo versante è quello dell’antipolitica, come viene comunemente definito, cioè i cattivi umori che circolano nei rapporti tra società politica e società civile. Io provo a mettere in serie dei fatti recenti, partirei da marzo 2010, ultime elezioni regionali. Lì mi pare che ci sia un punto di evidenza del malessere, perché per la prima volta in quella occasione il partito del non voto arrivò al 34%, ma se lo si somma alle schede bianche e alle schede nulle si arriva per la prima volta al 40%. E’ vero che quelle elezioni le vince il PDL, ma ottiene il il consenso esplicito di un italiano su sette, soltanto un italiano su sette, considerando quelli che hanno depositato nelle urne una scheda non indicante quella lista.

Poi arriviamo all’anno dopo, cioè a maggio 2011. A maggio le amministrative ci consegnano una sorta di trionfo, da Nord a Sud, degli outsider. E’ per esempio il caso di Zedda, il giovane sindaco di Cagliari che prima sbanca contro il notabile del PD locale, poi contro il PDL. A me però sembra che il vero emblema di questa tornata amministrativa sia stata Napoli: al ballottaggio a Napoli un napoletano su due non va a votare, e chi va a votare nel 65% dei casi vota De Magistris, vota cioè un uomo fuori dal sistema dei partiti, che si presenta come alfiere di qualcosa che sta oltre il sistema dei partiti, insomma, in qualche modo, fuori dal proprio stesso partito.

Il mese dopo siamo al referendum. Questo referendum interrompe un digiuno di 14 anni, di 24 consultazioni senza quorum. Ed hanno successo, come ci ricordiamo tutti, questi quattro referendum sull’acqua ecc.

E infine in questi mesi c’è il tam tam sulla stampa, nei canali attraverso i quali si comunica, contro gli sprechi e contro i privilegi della casta.

Allora, mettendo insieme tutto questo, io personalmente ne ricaverei tre lezioni. In primo luogo il ritiro della delega: credo che gli italiani non ne possano più di una classe dirigente politica che è la stessa da vent’anni, che ha cambiato in questi vent’anni magari un bel po’ di partiti, perché sono cambiate le sigle, ma le facce no. E siccome quelle facce ci hanno consegnato in dono una crescita che è la più bassa d’Europa nell’ultimo decennio, è evidente che hanno perso credibilità. E questo è il primo elemento, cioè la voglia di ricambio.

Il secondo elemento è il ritorno della funzione critica dell’opinione pubblica. Le parole d’ordine poi potranno essere un po’ demagogiche, come il dimezzamento dei parlamentari, o l’abolizione delle Province. L’opinione pubblica chiede, la politica segue, magari con affanno, magari con il fiatone, magari imbrogliando un po’ le carte, cioè rinviando alle calende greche queste riforme, che vengono accettate sulla carta, ma poi magari con- segnate ad una revisione costituzionale, tanto per venire ai temi che mi dovrebbero riguardare più da vicino. E questo è un guaio, perché nei quattro disegni di legge costituzionale che il governo Berlusconi ha depositato negli ultimi cinque mesi ci sarebbero 27 articoli della carta costituzionale rigirati, o inventati di sana pianta.

Stavo appunto dicendo questo, che molte volte la riforma costituzionale è un pretesto. Per esempio, le liberalizzazioni. Bersani, da ministro del governo Prodi, di cui non abbiamo un bel ricordo per molte ragioni, qualche liberalizzazione l’aveva fatta, senza scomodare l’articolo 41. Tremonti non le ha fatte e dice che è colpa dell’arti- colo 41. Tutto questo, fermo restando che in alcuni casi gli interventi di modifica possono essere utili, però alla fine ci abitua a considerare la Costituzione una sorta di ferro vecchio, e non è sempre vero.

Il terzo elemento è la lezione che ricaviamo dai quattro referendum, e non solo. A me pare che questo esprima una istanza di democrazia diretta, in parte perché c’è un generale moto di sfiducia verso chi ci rappresenta nei palazzi che stanno qui intorno, in parte probabilmente perché c’è una nuova voglia di decidere in questo Paese… è come se avesse sonnecchiato negli ultimi dieci anni, dicendo: fate voi, purchè non facciate troppi danni. Però poi insomma i danni li hanno fatti, quindi facciamo noi.

Allora se tutto questo è vero, se è vera questa analisi, quale sarebbe la conseguenza? La conseguenza è che c’è una domanda di eguaglianza, c’è una domanda di legalità, c’è una domanda di semplificazione che, per esempio, si esprime a gran voce contro le Province, è una domanda di semplificazione dei labirinti delle nostre istituzioni. Perché i livelli di governo tra cittadino e istituzioni non mi avvicinano, ma mi allontanano, mi respingono. E per dare sfogo a questa energia – che in questo momento mi pare, tutto sommato… chiamiamola antipolitica, chiamiamola come vogliamo, ma insomma il Paese la sta esprimendo – io credo che una delle cose da fare sia potenziare gli strumenti di democrazia diretta, che sono de- boli e limitati per ragioni storiche, per una diffidenza che i costituenti avevano, essendo stati anche traumatizzati dall’esperienza del fascismo.

Indico tre possibili emendamenti, poi il ventaglio delle soluzioni può essere più largo. Primo: rafforzare il referendum abrogativo, per esempio anticipando il giudizio di ammissibilità della Corte Costituzionale, prima della raccolta delle firme, perché altrimenti si possono determinare dei giochi illusionistici, come temo stia accadendo adesso a proposito del referendum sulla reviviscenza… in realtà ci vuole l’acqua santa per far passare questo referendum, a meno che la Corte Costituzionale non demolisca tutta la sua giurisprudenza precedente.

In secondo luogo lavorerei sul quorum, come da più parti si dice e da anni: io non ci troverei niente di scandaloso nell’abolirlo. Per esempio, non c’è quorum nel referendum costituzionale, e l’ultima volta che siamo andati a votare, nel 2006, per un referendum costituzionale sulla maxi riforma del centro destra dell’anno precedente, si toccò mi pare il 58% di affluenza al voto. Quanto meno, si potrebbe rapportare il quorum al nu- mero dei votanti alle ultime elezioni politiche.

In terzo luogo, non sarebbe male sfoltire le materie escluse dall’articolo 75 della Costituzione al referendum. Vorrei vedere cosa accadrebbe se gli italiani potessero votare sui privilegi che il Vaticano ha rispetto all’Ici sulle attività commerciali. Vorrei vedere come andrebbe a finire questo refe- rendum… non lo possiamo fare, pare ci sia un trattato che ci lega le mani.

E ancora, c’è l’iniziativa legislativa popolare. Ricordo qualche giorno fa una telefonata di Gian Antonio Stella, che stava scrivendo un pezzo sul Corriere, e mi dice: «senti, ma ‘sta roba di Grillo che ha raccolto 350.000 firme in un giorno su tre proposte, io peraltro ne condivido una sola su queste tre, ma non è questo il punto, ma come è possibile, sono passati quattro anni, sono passate due legislature e sta lì in un cassetto…». E io gli faccio: «guarda Gian Antonio che funziona così, in realtà è una supplica al sovrano. Che io sappia, mai nessuna proposta di legge popolare è passata».

Ora qui ad esempio si potrebbe fare così, per simmetria con il referendum abrogativo: le firme che tu raccogli devono essere almeno 50.000, e poi va come va, ma se diventassero 500.000, quante ne servono per il referendum, allora o il parlamento entro un termine ragionevole, poniamo 6 mesi, lo delibera (il che non significa che deve assolutamente approvarlo così com’è, che era la soluzione prevista dalla costituzione di Weimar del ‘19, può emendarlo, può anche boc- ciarlo, dire questa cosa qui non funziona, ma me ne assumo la responsabilità politica davanti agli elettori italiani di respingerlo), oppure se non ne fa nulla, se lo lascia lì senza alzare un sopracciglio su quella proposta, lo si trasforma in un referendum propositivo, ma con un passaggio parlamentare. Io non vorrei poi sbilanciare sull’altro versante il sistema.

IL RECALL PER CHI HA SBAGLIATO

Terza soluzione, che secondo me sarebbe molto utile – ogni volta che mi capita in una piazza, in una piazzetta, di evocarla, scattano applausi, evidentemente c’è un desiderio degli italiani – è questa cosa del recall, cioè la possibilità di revocare anticipatamente l’eletto immeritevole, il quale eletto sia immeritevole o perché ti ha buggerato, ti ha promesso delle cose quando è stato eletto e poi ha fatto il contrario, o perché per esempio ha cambiato partito, perché si è espresso in acrobazie… Vi ricordate il caso di Cosimo Mele, per esempio, deputato cattolico che aveva appena firmato un disegno di legge super proibizionista sulle droghe leggere, pesanti e super leggere, e poi fu trovato in un albergo di Roma con delle si- gnorine e con delle… insomma, piste di cocaina. Lo avesse fatto Luxuria, nessuno avrebbe no, ma se lo fai tu che ti proclami cattolico, allora mi stavi prendendo in giro.

Oppure c’è un signore che, leggo dai siti, è il deputato Gaglione, che ha totalizzato il 93% di assenza alla camera dei deputati e non gli si può far nulla, gli elettori non hanno un antidoto ri- spetto a comportamenti di questo tipo. L’anti- doto, che poi deriva dall’ostracismo dell’antica democrazia ateniese, esiste in Svizzera dal 1846, viene praticato nella città di Los Angeles dal 1903, esiste in varie costituzioni degli stati che natural- mente subiscono l’influenza costituzionale americana, quindi stati del Nord America. In molti stati degli Stati Uniti D’America la revoca anticipata dell’eletto c’è, a certe condizioni procedurali… non posso qui entrare in diffusioni di dettagli, ma è un sistema che ti può consentire che cosa? Di coniugare all’esercizio del potere la responsabilità, il rendere conto. Perché c’è bisogno di questo. La democrazia può essere anche questo, un rendiconto dell’esercizio del potere. E questo vale per chiunque. Vale per noi professori universitari, che veniamo giudicati, è giusto: non dal rettore o dal preside che poi dovremo rieleggere e perciò non ci bastonerà mai, ma dagli studenti. E vale per i magistrati, la responsabilità civile dei giudici fa acqua da tutte le parti… Ecco, quando riusciremo a fare una parte di questo credo, avremo fatto un passo avanti.

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