
Ricordiamo il grande giornalista scomparso qualche anno fa prematuramente, perché Oliviero fu uno dei grandi relatori al Convegno “La Pace Possibile”, organizzato dalla Fondazione Gaetano Salvemini e tenutosi a Roma il 21 settembre 2011 presso la Sala Capranichetta in Piazza Monte Citorio

OLIVIERO BEHA
GIORNALISTA RAI
Noi non siamo ad una guerra civile. No, noi siamo ad una pace incivile in questo Paese.
All’epoca della Pax Augustea si uscì da una guerra civile, oggi si deve uscire da una pace incivile, mantenendo la pace, e però guarendo da questa inciviltà, perché se no già il termine di guerra civile, sia pure sotto altre spoglie metaforiche o più o meno metaforiche, reali da un certo punto di vista, ci porta fuori strada. Rimarrei all’idea di una pace incivile, di una situazione di democrazia sfatta che ha perso i suoi valori, i suoi fondamenti, che si chiama ancora democrazia perchè oggettivamente è rimasta qualche cosa, ma per esempio ha, come dire, frantumato una delle tra gambe del tavolo della democrazia, i tre poteri di Montesquieu… insomma, il potere legislativo è diventato qualcosa di cabarettistico ormai, mentre resistono gli altri due poteri nel modo che sappiamo, con i pro e i contro che sappiamo. Devo dire che i “contro” mi pare che al momento siano grandemente prevalenti, almeno per quel che riguarda l’esecutivo, però in- somma questo è un discorso che ancora fanno i giornali tutti i giorni, non starei qui a rimetterla in quei termini.
Invece mi interessa tremendamente la Pax Togliattiana. Si potrebbe dire, vabbé, questo si è rimbambito, vuol tornare in dietro di 60 – 70 anni… dopo la ricostruzione storica fatta da d’Andria, e poi il discorso su Salvemini di Elio Veltri che ci portava ancora più indietro, questo si è rimbambito, invece di fare il pamphlettista agile, vivace, pseudo intelligente che dicono, vuole tornare indietro. Sì, io vorrei tornare indietro per un motivo semplice: che la Pax Togliattiana diciamo così si in- quadra, si incornicia, si contestualizza in una visione storica della società e dell’Italia di allora.
Oggi non c’è più niente di allora, oggi la dimensione storica spazio-tempo è stata polverizzata, non esiste più, esiste l’eterno presente o l’istantaneismo, chiamiamolo così, che annulla la dimensione storica. Bah, voi dite, ma è una grande scoperta? No, naturalmente non è una grande scoperta, non è mia, è di molti altri. Ma cito un libro del ’91, di vent’anni fa, a proposito di citazioni di persone che vedevano le cose un po’ meglio e un po’ prima. Il libro si chiama “Il capitale come puro spirito”, naturalmemente tratta di una versione marxiana, post marxiana della società e, soprattutto, della veste che assume il capitale, naturalmente, a contatto con la politica e con il sapere. L’epistemologia del sapere è decisiva, perché il punto di vista da cui si parte – lo dimostra anche l’incontro di oggi – è decisivo. Il discorso poi tocca temi come quello dell’imparzialità impossibile, dell’onestà intellettuale doverosa e via dicendo, ma il punto di vista sembra assolutamente ineliminabile.
Allora per tornare a questo libro, che consiglio a tutti di leggere per la sua dirompente potenza espressiva e chiarificatrice, ben vent’anni fa parlava della mancanza, della polverizzazione della storicità, diciamo così, del palcoscenico storico… Già in questo Paese, ma non soltanto in questo Paese, si cominciava a palarne in chiave planetaria, però Pietro Barcellona è uno studioso e un giurista italiano, quindi naturalmente la cosa che gli interessava di più era l’Italia.
Allora, venendo ad oggi, come si può ricostruire una dimensione storica, una dimensione storico-culturale intendo, quindi una sorta di plastico su cui lavorare per un’idea sul futuro, perché di questo poi alla fine si tratta? Beh, intanto – e questo lo ha già detto Ainis molto bene, cifre e considerazioni alla mano – rimettendo in circolo una vitalità da parte di una società italiana che non è morta del tutto. Sì, c’è una classe dirigente che io considero da diversi anni fatta da organismi geneticamente modificati, sia a destra che a sinistra; questa è una classe dirigente non comprensiva soltanto della classe politica… attenzione a quella casta lì, ma anche delle altre caste che poi si intrecciano.
Bene, in un contesto come questo, in cui si è spappolato tutto, bisogna ri-storicizzare, e questo costa fatica. Quindi ci sono due velocità da seguire, a parer mio: una è quella di avere il minor danno possibile adesso per cercare, appunto, di rimettere in piedi quello che resta delle istituzioni. Due, quella di cominciare a vedere qual è la classe dirigente del futuro e che cosa può seminare per il futuro; cioè contemporaneamente lavorare sull’oggi e sul domani. Fare soltanto una delle due cose significa, nel primo caso, lavorare solo sull’oggi, condannandoci ad una continuazione di questo istantaneismo che non ci porta null’altro che Pax Togliattiana. Lavorare soltanto sul domani significa intanto avere fiducia e responsabilità tali da pensare che si possano impostare i prossimi 15 anni della vita italiana, mentre invece ad horas vediamo quello che sta succedendo. E poi probabilmente significherebbe non dare le condizioni, diciamo accettabili, per impostare questo discorso, perché uno può pensare al domani se ha comunque presente l’oggi.





Rispondi