
Penultima puntata de “La Pace Possibile”, il tuttora attualissimo volume che raccoglie gli interventi di importanti relatori al Convegno organizzato dalla Fondazione Gaetano Salvemini tenutosi a Roma il 21 settembre 2011 . Oggi ascoltiamo l’avvocato Giuseppe Fortunato, all’epoca Presidente dell’Autorità Garante per la Privacy

GIUSEPPE FORTUNATO
AUTORITÀ GARANTE PER LA PRIVACY
Ringrazio la Fondazione Salvemini, sia per aver dato un’impostazione epocale, la pace, sia ovviamente per gli stimoli interessanti che sono stati dati. E noto negli interventi tre approcci di cui vorrei segnalare le cose buone, anche se non credo che siano risolutivi e diano risposta alle domande che faceva la Fondazione Salvemini.
Un primo approccio lo potrei chiamare l’approccio sfiduciato, rassegnato. Non è stato soltanto un relatore, ma più relatori, che hanno concluso con un non lo so, non so come si esce fuori da questa situazione, né vedo qualcosa di positivo, c’è la consapevolezza che qualcosa deve cambiare, che dobbiamo andare ad un salto di paradigma.
Un secondo approccio è l’approccio speranzoso di qualcuno che ha detto: siamo arrivati alla fine di un’epoca, come se ci fosse nella storia un meccanismo tale per cui, arrivate le cose a questo punto, si deve davvero cambiare. Non è così, ma comunque vedo anche in questo un qualcosa di positivo, perché significa che ci sono ancora delle energie che sono disponibili a produrre un cambiamento.
E un terzo approccio, altrettanto nobile ma altrettanto impotente, è l’approccio degli appellanti, intendo dire di coloro che si rivolgono al potere pubblico, al parlamento, per le riforme, per i cambiamenti, per le regole, per rimettere in circolazione delle energie e delle idee che in quest’Italia vengono soffocate.
Perché vengono soffocate? Queste sono domande che ci dobbiamo fare, per trovare poi delle soluzioni. Vengono soffocate innanzitutto perché è dominante una visione sbagliata, anche fra noi che siamo seduti a questo convegno, che la politica è una brutta cosa. La politica è una cosa bellissima, interessarsi della polis, della vita pubblica, è la cosa più bella che ci sia. Non c’è bisogno che qualcuno, per giustificarsi, debba dire “sono un politico anomalo”, o che qualcuno, per dire “occorre un cambiamento”, debba essere impolitico o anti-politico.
Noi stiamo affrontando una grande questione politica, lo possiamo dire. Il fatto che ci siano delle opere e dei quadri che sono nauseabondi, non significa che l’arte non sia una bella cosa, nessuno si sognerebbe di dire che l’arte non è una bella cosa perché vede dei quadri che non sono belli; nessuno si sognerebbe di dire che la cucina è una brutta cosa perché una pietanza è immangiabile.
Quindi, noi stiamo affrontando una questione politica. Allora qual è il nodo di fondo? Il nodo di fondo, che è andato crescendo e sviluppandosi, è un modello dei rapporti tale che potremmo definirlo capo-partitocrazia. La polemica sulla partitocrazia non è di oggi, quella sulle caste, sulle oligarchie, è una polemica vecchissima, la legge ferrea delle oligarchie di Robert Michels è del 1911, ma già nel 1911 era tardiva perché c’erano stati studi precedenti che individuavano il sistema delle cerchie che andavano costituendosi col tempo.
Che cosa è cambiato concretamente? Che noi abbiamo costruito in Italia un sistema nel quale gli stessi partiti sono stati svuotati sostanzialmente. Per esempio, vediamo le metafore con le quali si esprime la vita politica: il Messaggero di oggi in prima pagina scriveva “Assedio”, “C’è l’assedio”. Ecco, noi viviamo in un clima in cui ci sono gli assedianti e gli assediati. Che cosa pro- duce tutto questo? Che cosa produce un sistema organizzato su queste regole? Andiamo a vedere precisamente che cosa ha prodotto. Che il buon andamento e l’imparzialità della pubblica amministrazione, di cui all’articolo 97, è stato abrogato per desuetudine, anche se non esiste nel nostro ordinamento giuridico la desuetudine, tanto meno per le norme costituzionali. E’ stato abrogato, l’articolo 97 della Costituzione, perché oggi si chiede ovviamente ad ogni pubblico amministratore di intervenire in virtù di qualche meccanismo personale privilegiato, cioè è un’eccezione poter dire: guardate, in questo concorso non ci sono raccomandati, sembra una cosa stranissima. Perché la regola dominante è che ciascuno deve cercare l’amministratore per cercare il favore.
E poi che cosa ha prodotto questa capo-partitocrazia? Un sistema di comunicazione aggressivo, perché ci sono gli acclamanti e gli insultanti. Quindi il sistema della comunicazione in qualche modo è diventato semplicemente il luogo dove non ci sono più soggetti deboli, non si parla precisamente della vita dei cittadini, della loro situazione, dei loro organismi. Una comunicazione che funziona dovrebbe dire oggi, nel Tg1, nel Tg 2, nei grandi giornali: a piazza Montecitorio associazioni, organismi, esponenti del mondo della cultura si sono incontrati di fronte al Parlamento per dire qualcosa di nuovo. Invece tutto questo non avviene, cioè sostanzialmente il mondo della comunicazione si riduce semplicemente alla carrellata delle posizioni di quei sette, otto personaggi che vengono chiamati, vengono portati nei vari talk show e finisce lì.
Che cosa poi ha portato tutto questo sistema? Una disaffezione profonda, un astensionismo dal voto, ha evidenziato perfettamente Michele Ainis, ma soprattutto io intendo dire un astensionismo nel voto, cioè le persone che hanno votato, non convinti, non interessati, non stimolati, hanno votato perché hanno votato il meno peggio; quello è un fenomeno ancora più negativo. Quindi, se diciamo che a Napoli il 50% non ha votato, sappiamo che quell’altro 50% che ha votato, ha votato semplicemente in contrasto con qualcuno o solo per cercare di trovare una soluzione. Ma non c’è più l’elettore soddisfatto, l’elettore che dice: ho dato la mia fiducia a qualcuno che in qualche modo mi rappresenterà.
Che cosa poi è derivato da un sistema di questo genere? La mancata rappresentazione degli interessi deboli e, soprattutto, la violazione di quelle che sono le volontà effettive del corpo elettorale. Ad esempio, si è votato in Italia col referendum abrogativo contro il finanziamento pubblico ai partiti. Che cosa ha fatto la classe politica? Sotto la forma di rimborsi ha trovato un altro tipo di finanziamento. Ecco, io nel sistema delle norme costituzionali andrei a mettere i risultati dei referendum abrogativi come fonte superiore rispetto alle decisioni del Parlamento, perché altrimenti dove andiamo a finire, che cosa succede? Che tutto questo delegittima e rompe ancora di più il rapporto tra il cittadino e la classe politica, tra il cittadino e le istituzioni. Ecco per- ché l’Italia, caso più anomalo in tutto il mondo e in tutta l’Unione Europea, l’Italia non ha una figura di ombudsman nazionale, cioè una figura prevista in tutti i Paesi dell’unione Europea: in Francia si chiama mediatore, in Spagna si chiama defensor de pueblo. Perché in Italia ogni tipo di problema, anche specifico, deve passare attraverso il filtro della classe politica, quindi in Italia non è possibile che ci sia una forma di risoluzione dei problemi, che ci sia un “amico costituzionale” per cui, se un cittadino ha una problema nei confronti di un amministrazione statale centrale, può rivolgersi a questa figura ed avere il tipo di soluzione.
E qui in effetti arriviamo al problema di fondo, quello della litigiosità estrema. Perché c’è questa litigiosità estrema? Perchè la capo-partitocrazia diventa una capo-spartitocrazia, nel senso che a questo punto tutto viene costruito in termini di fedeltà canina, cioè non si domanda se sei bravo, se fai bene il tuo dovere, se puoi portare un contributo all’Italia, ma con chi stai, di chi sei amico.
Allora c’è, io credo, un’Italia che di tutto questo non ne può più, perché crede di poter portare un contributo a questo dibattito politico e quindi rivendica alla politica il più alto primato, anche al di fuori di quello che può essere il dibattito nelle chiuse stanza dei partiti. Perché la nostra Costituzione dice che i partiti concorrono alla vita democratica della nazione, ma non sono gli unici depositari della vita politica. I cittadini, in quanto cittadini, possono esprimersi, e questo è necessa- rio che lo facciano tutti coloro che vogliono farlo.
Quindi che cosa succede? Un meccanismo in cui i veri conflitti non sono semplicemente tra la maggioranza e la minoranza: i conflitti sono dilaganti all’interno della maggioranza, all’interno della minoranza, ma sono dilaganti anche all’interno di vari gruppi e gruppuscoli della maggioranza e della minoranza, in una guerra di tutti contro tutti, dove poi, alla fine, chi si va ad ammazzare? Si va ad ammazzare magari l’amico meno fedele. Un meccanismo tipico delle sette, delle sette più strane. Se voi andate a vedere la setta di Amantea o i seguaci di Satana, i bambini di Satana, o andate a vedere altre sette fondamentaliste, chi viene ammazzato sostanzialmente non è l’estraneo, ma colui che non fa completamente e pienamente il giuramento di fedeltà, appena parli, appena dici qualcosa, anche se vuoi sempli- cemente ragionare, con una logica veramente di carattere mafioso.
Allora la domanda è impegnativa, quella su cui noi dobbiamo concentrare la nostra attenzione, quella sulla via d’uscita. Diceva il filosofo Seneca: «a che serve indicare qual è la linea retta se non siamo in grado di indicare la condotta retta?». Lì dobbiamo in qualche modo confrontarci. Allora vediamo insieme se è possibile un approccio vincente, perché vogliamo in concreto che qualcosa cambi. Vogliamo che non sia ovvia- mente quell’approccio sfiduciato, quell’approccio speranzoso o quell’approccio appellante che chiede ai capponi di anticipare il Natale.
Ci si rivolge alla classe politica per fare delle bellissime riforme. Introduci il recall, ovviamente,
Italia – La pace possibile 87
diceva con rara maestria il professor Ainis. Alla fine può essere pure essere che le cose peggio- rino, posso pure pensare che nel meccanismo per cui si va a dire che riduciamo il numero dei parla- mentari, arriveremo alla fine di un ciclo in cui saranno inventati i sotto-parlamentari, o altri meccanismi del genere, per cui alla fine la situazione rimarrà tale e quale. Allora la domanda che ora io mi faccio, che abbiamo il dovere di farci insieme, è quale può essere una strada concreta di soluzione.
La soluzione non può essere, diciamolo chiaramente, delegata agli stessi soggetti del conflitto. Non è possibile in questo momento, in questa fase una transazione, perché anche in termini di diritto civile gli avvocati ben sanno che ci sono al- cuni elementi legati alla transazione: il metus litis, la paura della lite. Ora, attualmente i contendenti non hanno paura della lite, anzi ne trovano legittimazione. Guai ad abbassare il tono, perché altri- menti vari personaggi che semplicemente acclamano o insultano, come potrebbero avere degli spazi, se ci fosse un animus transigenti?
Allora il mio è un approccio in onore di Salvemini, perfettamente impostato dall’amico Veltri, di un interventismo pacifico: sostanzialmente, la società deve oggi esprimersi, c’è bisogno in Italia oggi di un soggetto in cui organismi, associazioni, persone che operano nel mondo sociale sotto varie tematiche, abbiamo un’identità comune e possano occuparsi di un cambiamento di carattere strutturale pacifico. Io apprezzo la metafora, apprezzo che si possa in qualche modo pensare in grande.
Farei un esempio concreto molto vicino all’Italia, l’esempio di San Marino. Che cosa avvenne il 25 marzo 1906? Che fu stabilito questo arengo popolare, un interventore ausiliare del cittadino. Nei Paesi Baschi c’è una bellissima figura che si chiama Ararteko, è una parola arcaica che vuol dire aiutante, se la volessimo tradurre con una parola un poco più vicina, volendo fare uno sforzo lo potremmo chiamare ausiliatore, se ci pensate bene ausiliatrice è anche un nome arcaico della vergina Maria. Che cosa occorre oggi? Occorre un Ararteko, un soggetto interventore ausiliare del cittadino che parla in quanto cittadino. Cioè le associazioni, gli organismi, hanno il di- ritto di parlare. Io procederei ad una legge 241, come oggi è stata fatta nel procedimento ammini- strativo, anche nei confronti dei mezzi di comunicazione. Cioè garantire sostanzialmente ai deboli. Se voi pensate che nell’ordinamento inglese addirittura nel 1600 c’era il diritto di essere sentiti… ci fu un caso, che fu il caso Bentley, un ragazzo in un college. Fu cacciato, questo ragazzo, e sostan- zialmente il giudice in quella occasione, citando Adamo ed Eva, disse: «anche il Padreterno prima di cacciare Adamo ed Eva li volle sentire».
In verità oggi non c’è in Italia “la voce di chi non ha voce”, una voce rappresentativa. Io applaudo molto all’iniziativa di oltre 4000 associazioni che hanno presentato un reclamo, che è stato già ritenuto ammissibile, all’Autorità per le comunicazioni, denunciando con forza, non in virtù di affermazioni di principio di giustizia generale, ma in virtù del dato normativo che garantisce in Italia il pluralismo sociale, unitamente al pluralismo politico. Se l’Agcom approvasse – e io credo che sia in grado di deliberare positivamente rispetto a questa istanza – cambierebbe molto.
Che cosa può fare un soggetto collettivo che sia aperto a tutti? Io inviterei gli amici della Fondazione Salvemini, che ha fatto una bellissima cosa, a non disperderci, perché comunque ci seguiamo, diciamo tutti quanti le stesse cose, in questo incontro ma anche in altri incontri. Ho partecipato ad una tre giorni a Verona sulla dottrina sociale della Chiesa, con tantissime associazioni del volontariato, anche laiche. ed ho notato che tutti anche lì dicevano le stesse cose. Tutti, tranne coloro che vivono strettamente e permanentemente di politica e che sono sempre più incomprensibili. C’è una bella ricerca di una preparatissima ricercatrice universitaria americana che ha studiato il meccanismo dei tamburellatori, cioé coloro che con le mani cercano di rendere il motivo di una canzone. Intervistati, hanno dichiarato, per il 90%, che sono certi che i motivi tamburellati siano compresi da chi li ascolta. Anche i nostri politici sono convinti di essere compresi, ma non è così, gli italiani non capiscono più il politichese.
Allora, poiché c’è un articolo della nostra Costituzione che tutela le associazioni ed è il numero 18, ben prima di quello riguardante i partiti politici, che è il 49, allora oggi ci sono 4.000 associazioni che si sono riunite per affrontare i problemi assillanti degli italiani, quelli sull’ambiente, sulle disabilità… allora noi dobbiamo dire ai partiti politici: basta con la logica emergenziale, lasciate perdere il dibattito all’interno della classe politica e fate quanto prima quell’80% di cose che mettete tutti nei programmi.





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