«Alla libertà di opinione si affianca la libertà di informazione, cioè di critica, di illustrazione di fatti e di realtà, gli atti contro l’informazione sono eversivi». «Ogni atto rivolto contro la libera informazione, ogni sua riduzione a fake news, è un atto eversivo rivolto contro la Repubblica». E ancora: «È diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà di informazione e di critica, limitata dall’osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede». 
E’ chiaro ed altisonante il monito del presidente Sergio Mattarella durante il tradizionale scambio di saluti con la stampa parlamentare in vista della pausa estiva. Ma la realtà, per i giornalisti italiani, è ben altra.In un libro da poco uscito, “La Repubblica delle Toghe” (La Bussola), la giornalista d’inchiesta Rita Pennarola spiega perché per i giornalisti italiani, torturati da leggi medioevali, vige il “fine pena mai”. Vediamo alcuni passaggi.

«La Relazione 2023 dell’Unione Europea sullo Stato di Diritto nei 27 Paesi – si legge nel volume – evidenzia che in Italia non sono state apportate modifiche alle leggi italiane in mate­ria di diffamazione, né in ambito civile né in ambito pena­le, tanto che le leggi sulla diffamazione rimangono una delle principali fonti di preoccupazione per i giornalisti e le organizzazioni che li rappresentano. Diversi casi di diffa­mazione — viene aggiunto — spesso caratterizzati da una lunga durata dei procedimenti, hanno un effetto simile a quello di azioni legali strategiche locali tese a bloccare la partecipazione pubblica».

Ed ancora: «Una relazione pubblicata da Media Freedom Rapid Response (MFRR) dopo la recente missione in Italia, mostra fino a che punto vari tipi di minacce legali stiano avendo ripercussioni tangibili sul giornalismo investigativo e indipendente nel paese».

«Di fatto, sentenze alla mano – scrive Pennarola – si può affermare che in Italia la decisione sulle ipotesi di diffamazione è lasciata o all’arbitrio del magistrato, oppure alle pressioni che lo stesso riceve da colleghi (quando si tratta di cause che ri­guardano magistrati), o da semplice condizionamento ambientale. Centinaia di provvedimenti in materia di diffamazione dimostrano che vi sono state condanne spietate, a carico di giornalisti, anche quando erano stati rispettati i tre princi­pi disposti dalla Legge sulla stampa in vigore: comprovata verità dei fatti, interesse pubblico della notizia, continen­za verbale». (…)

«Colpa della legislazione italiana sulla stampa in tema di diffamazione? Sì, anche, perché tutti i progetti di legge per modificare tali norme sono stati sabotati o messi a giacere in naftalina. Ciò detto, però, va rimarcato che in Italia sono molto spesso proprio i magistrati a querelare o citare in giudizio, a suon di milioni, la stampa e i cronisti indipendenti. Tanto che per i giornalisti, condannati in sede civile (ma anche penale, se viene comminata la provvisionale, cosa che acca­de spesso quando la controparte è un magistrato), vige l’or­mai funesto “fine pena mai”. Altro che libertà di stampa!».

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