Il Journal of Democracy, rivista telematica di approfondimento edita in Pennsylvania, rappresenta un prezioso osservatorio sullo stato della democrazia, negli USA ed oltre. <nei giorni scorsi ha pubblicato un interessante saggio di Sheri Berman , docente di scienze politiche al Barnard College della Columbia University. Profonda conoscitrice dei meccanismi, talvolta involutivi, subiti dalle nazioni democratiche, Berman ha già pubblicato, fra l’altro, libri come Democracy and Dictatorship in Europe: From the Ancien Régime to the Present Day (2019), mentre è di prossima pubblicazione The Political Consequences of Economic Ideas: Neoliberalism, the Left, and the Fate of Democracy.

Nel suo recente saggio sul Journal of Democracy, Berman parte da una constatazione. A suo giudizio, appena una generazione fa regnava l’ottimismo democratico. Ma oggi ha lasciato il posto a un profondo pessimismo sul futuro della democrazia. E gli osservatori più critici accusano le scienze politiche di non aver previsto questa inversione di tendenza. Fra questi lei, Sheri Berman, secondo cui le attuali difficoltà della democrazia erano prevedibili, se non addirittura ampiamente previste. Approcci storicamente fondati e precedenti teorie sulla stabilità democratica – spiega la studiosa – avrebbero già evidenziato i rischi di regressione, anche nelle democrazie occidentali e in particolare in quella statunitense. Sostanzialmente – prosegue – l’intera compagine degli analisti politici si è trovata poco preparata a riconoscere i segnali premonitori del declino democratico globale.

«Come gli studiosi di Unione Sovietica che non hanno previsto il crollo dell’Unione Sovietica o gli economisti che non hanno colto la crisi finanziaria del 2008 – scrive Berman in questo saggio – gli studiosi della democrazia sono stati accusati di non aver previsto l’arretramento democratico globale e la fragilità delle democrazie occidentali». «La scienza politica, insieme alle legioni di analisti, editorialisti e opinionisti, che si sono affidati a una semplificazione divulgativa della scienza politica, si è dimostrata terribilmente inadeguata a comprendere i problemi attuali della democrazia».

Quanto agli Stati Uniti, «negli ultimi decenni la scienza politica americana, soprattutto, si è allontanata da un’analisi storica approfondita e ha trascurato le intuizioni di una precedente generazione di teorici della democrazia che avevano cercato di comprendere il crollo della democrazia in quella che allora era la regione economicamente più avanzata e istruita del mondo: l’Europa occidentale, e la Germania in particolare. Ciò ha reso il settore meno preparato di quanto avrebbe potuto essere a riconoscere i segnali di allarme sulla traiettoria della democrazia globale e sulla crescente fragilità di molte democrazie occidentali».

Una visione decisamente pessimistica, quella di Berman, a nostro parere tutt’altro che condivisibile, ma sicuramente utile per mettere in campo la sana, necessaria dialettica sul futuro della democrazia.

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