
Torna a circolare, alla vigilia della pausa feriale delle Camere, l’ipotesi di una misura sugli extraprofitti di banche e assicurazioni. Lo scorso anno andò male. L’idea, scaturita da un consiglio dei ministri, allora riguardava esclusivamente le banche e avrebbe dovuto portare due miliardi nelle casse dello Stato. Poi l’obiettivo sfumò. In queste ore il governo sarebbe tornato a riflettere su un intervento analogo, che potrebbe riguardare anche altre realtà, come le assicurazioni. Proposte ce ne sono, ma anche stavolta la strada è tutta in salita. A tirare il freno nella maggioranza è, come l’anno scorso, Forza Italia. Quanto agli istituti di credito, hanno fatto sapere di aspettarsi, nel caso ci sia un provvedimento, che vengano coinvolti anche altri tipi di realtà, come i gruppi energetici. Ipotesi categoricamente smentita dal governo: «Sono prive di ogni fondamento – si legge in una nota – le ricostruzioni giornalistiche secondo le quali sarebbe attualmente allo studio una norma sugli extraprofitti in alcuni settori dell’economia».
«Non ci posso fare niente – alza le mani Massimo Doris, amministratore delegato di banca Mediolanum, gruppo Fininvest – parlare di tasse non piace a nessuno, ma non è certo questa la mia preoccupazione». «Le banche italiane hanno già una tassazione fra le più alte in assoluto», gli fa eco Alberto Nagel, amministratore delegato di Mediobanca. Al di là delle singole posizioni, ad impensierire il governo è più che altro l’alert lanciato dagli analisti finanziari, secondo cui questi rumor preoccupano gli investitori e l’imposta avrebbe un effetto negativo, sia sulle banche che sull’immagine dell’Italia. Le misure al vaglio riguarderebbero tra l’altro gli aspetti fiscali, come interventi sulla progressività delle aliquote in base alle risultanze del bilancio netto o su alcuni tipi di profitti, sui margini di intermediazione bancaria o sulle variazioni dei tassi di interesse.
Senza contare i paletti della BCE, che già lo scorso anno invitò il governo alla cautela, avvertendo che la tassa sugli extraprofitti bancari nn va usata per risanare i bilanci. Vale la pena di ricordare che la vigilanza Bce dopo la crisi finanziaria è stata dotata di ampi poteri, senza contare la Costituzione le norme Ue sulla concorrenza ma, soprattutto, il mercato e la fiducia dei risparmiatori.
Resta il fatto che la finanziaria si avvicina e la coperta, come al solito, è già troppo corta. Per questo si guarda ai numeri: se nel 2023 le banche hanno messo a segno oltre 40 miliardi di utili grazie soprattutto ai tassi alti, il 2024 seppure non sugli stessi livelli, vedrà ottimi risultati di poco inferiori.
Una imposta aggiuntiva nel 2024 (una tantum, come si ipotizzava l’anno scorso?) dovrebbe comunque considerare come base d’imposta l’utile. Lo scorso anno la fine le banche scelsero tutte la strada di accantonare più capitale che servì a soddisfare, ad aprile 2024, la richiesta della Banca d’Italia di una riserva aggiuntiva per far fronte a rischi sistemici.
C’è infine da considerare, ora come allora, la situazione di minor concorrenza delle banche nostrane rispetto alle rivali europee con una tassazione ordinaria – lamenta l’Abi – che è già superiore.





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