E’ l’ultima trovata di Vladimir Putin nel tentativo di isolare i valori dell’Occidente: mentre continua la sua carneficina in territorio ucraino, nei giorni scorsi ha firmato un decreto per aprire le porte della Russia a tutti i cittadini stranieri «che vogliono sfuggire agli ideali neoliberisti promossi nei loro paesi». E potranno farlo anche in assenza di documenti che attestino la conoscenza della lingua, della storia e delle leggi locali. Nel darne la notizia sul suo sito ufficiale, il presidente dichiara che il decreto aiuterà a trasferire le persone che «condividono i valori spirituali e morali tradizionali russi». Insomma, da settembre chiunque potrà richiedere la residenza temporanea in Russia, anche se l’approvazione sarà stabilita dal Ministero degli Affari Esteri e da quello degli Affari Interni e avverrà solo a condizione che non sussistano motivi di rifiuto.

Di pari passo va l’allargamento dei BRICS, il raggruppamento delle economie mondiali emergenti fondato nel 2009 cui inizialmente hanno aderito Brasile, Russia, Cina e India, poi dal 2010 anche Sudafrica, Egitto, Etiopia, Emirati Arabi ed Iran.

Ultimo arrivato in queste ore nel BRICS, aderendo alla missioni ufficiale di incentivare l’ascesa delle economie del sud del mondo e porre un freno all’egemonia dei Paesi occidentali, è L’Azerbaijan. La richiesta di adesione di Baku è arrivata il giorno successivo alla visita del presidente Putin nel Paese del Caucaso meridionale, volta a rafforzare i legami regionali e proteggere le rotte commerciali di Mosca sotto pressione.

Nel corso dei colloqui bilaterali con il capo del Cremlino, il presidente azero Ilham Aliyev ha sottolineato il fatto che «le nostre relazioni economiche e commerciali stanno progredendo con successo» nonostante le sfide globali. Al centro dell’agenda dei due Capi di Stato i rapporti commerciali: Aliyev ha annunciato infatti che sono stati stanziati 120 milioni di dollari per incrementare il trasporto merci tra i due Paesi.

«L’attacco ai valori dell’Occidente, alle linee guida dei Paesi democratici aderenti al G7 – osserva Renato d’Andria, esperto di geopolitica – non è una novità, quello che stupisce sono più che altro queste aperture delle frontiere russe ai presunti “dissidenti” occidentali, perché evidentemente i segnali in tal senso devono essere arrivati».

«Da parte nostra – continua d’Andria, a nome della Fondazione Salvemini, che presiede – intendiamo ricordare che i massacri delle guerre fratricide in corso non hanno risparmiato la vita nemmeno agli operatori umanitari. Nel 2023 nel sono stati uccisi in tutto il mondo ben 280, dei quali oltre la metà (163) solamente a Gaza. E’ la cifra più alta mai registrata, che purtroppo, secondo le èprevisioni, è destinata ad aumentare nell’anno in corso. Il Sud Sudan, colpito dalla violenza civile e intercomunitaria, e il Sudan, dove dall’aprile 2023 infuria una guerra tra l’esercito e i paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf), sono gli altri due conflitti più mortali per i volontari, con 34 e 25 morti. Israele e Siria piangono sette morti ciascuno, Etiopia e Ucraina sei morti, la Somalia cinque, Repubblica Democratica del Congo e Myanmar quattro vittime ciascuno».

«Di fronte ad una crisi umanitaria di così sconcertante dimensione – conclude d’Andria – invece di fomentare l’odio i Capi di Stato dovrebbero cooperare per la pace, da parte nostra non possiamo che sottoscrivere le parole del segretario generale ONU, Antonio Guterres: “Il diritto umanitario internazionale, ovvero la legge che protegge i civili in tempo di guerra, viene ignorato e calpestato, e questo è un fallimento dell’umanità, della responsabilità e della leadership”».

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