La sua è stata una delle più allucinanti, dolorose vicende giudiziarie degli ultimi trent’anni, la stessa che oggi, all’età di 79 anni, dopo un calvario mediatico-giudiziario durato quasi vent’anni, se l’è portato via. Ultimo segretario nazionale del Partito Socialista Italiano dal ’93 al ’94, poi ministro delle Finanze, Ottaviano Del Turco nel 2005 viene eletto governatore della Regione Abruzzo. Dove, com’era suo costume, intraprende una lotta senza quartiere alla corruzione che alligna in ogni stanza di quel potere locale. A cominciare dalla sanità, dove mette mano al disegno di ricondurre nella legalità il rapporto tra sanità pubblica e privata, istituendo e un meccanismo di controllo serio e credibile sull’immenso flusso di denaro pubblico che confluiva senza freni nella sanità privata convenzionata.

«In tre anni al governo della Regione – ricostruisce il suo storico amico e difensore, l’avvocato Gian Domenico Caiazza – la Giunta Del Turco, semplicemente accertando irregolarità ed illegittimità retributive del più vario genere, aveva revocato alle cliniche private abruzzesi qualcosa come un centinaio di milioni di euro. Per darvi una dimensione della enormità di quella scelta politica ed amministrativa, sappiate che la precedente Giunta aveva contestato e recuperato, allo stesso titolo, 200mila euro. Cento milioni contro duecentomila euro».

Una sfida a viso aperto a quei poteri forti, rimasti indisturbati per decenni a lucrare illecitamente denaro pubblico, che decisero di fargliela pagare. A metà luglio 2008 il governatore Del Turco viene arrestato dalla Procura di Pescara insieme a mezza giunta: avrebbe intascato tangenti da strutture sanitarie private. Resta un mese in carcere, poi va ai domiciliari. Condannato in primo grado a nove anni e sei mesi, nei successivi gradi di giudizio viene prosciolto dalle accuse, compresa quelle di corruzione e di associazione per delinquere. Alla fine gli era rimasta solo l’imputazione per induzione indebita, «un escamotage – ha detto oggi Caiazza al TG1 – per coprire le falle di un’inchiesta che non reggeva fin dall’inizio». Tanto che fu avanzata una richiesta di revisione del processo.

Ma di tempo non ce n’era più. Con la salute gravemente minata da quella via crucis, nel 2020 Ottaviano Del Turco si era anche visto revocare il vitalizio dall’Ufficio di presidenza del Senato, in prima fila gli esponenti del partito di Grillo. Mentre anche i compagni d’un tempo, compresi quelli del PD, lo avevano definitivamente abbandonato al triste destino di “imputato a vita”.

«Nell’esprimere il mio personale cordoglio per la sua scomparsa – dice oggi Renato d’Andria, per anni segretario del PSDI – voglio ricordare che durante il Congresso di Rimini del 1987 fu proprio Ottaviano Del Turco, insieme a Giacomo Mancini, Giorgio Ruffolo e Franco Piro, a puntare l’indice contro i primi fenomeni di corruzione che stavano venendo a galla all’interno del PSI. Ma non va dimenticata – conclude d’Andria – la sua lunga e fattiva attività come presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, che andò avanti dal 1996 fino al 2000. Un grande esempio, il suo, di vita politica condotta sempre con la schiena dritta, nell’unico interesse dei cittadini e dei lavoratori».

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