Parla la fondatrice di “Un pasto al giorno”
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Il 27 e 28 settembre torna nelle piazze italiane l’iniziativa solidale “Un Pasto al Giorno”, promossa dalla Comunità Papa Giovanni XXIII, che riunisce migliaia di volontari in centinaia di città. Quest’anno la manifestazione assume un significato ancora più profondo: si celebra il centenario della nascita di don Oreste Benzi, fondatore della Comunità e ispiratore di questa campagna, che da quarant’anni porta cibo, dignità e speranza a chi vive ai margini, in Italia e in ogni angolo del mondo. Il messaggio scelto per l’edizione 2025 è ‘Una tavola ci unisce: insieme contro la fame nel mondo’, ma non c’è nulla di vuoto o retorico in questo slogan perché la tavola, in questo caso, non rappresenta un simbolo di convivialità, ma un luogo ancora negato per milioni di persone. L’evento, infatti, nasce proprio per accendere i riflettori su chi un pasto non ce l’ha, su chi resta escluso da quel diritto fondamentale che spetta a ogni essere umano: nutrirsi.
«La fame non è una tragica fatalità: nella maggior parte dei casi è la conseguenza di scelte economiche e politiche che hanno come obiettivo la massimizzazione del profitto: non importa chi paga e quanto paga, purché il profitto sia sempre più elevato».
Lo afferma nella lunga intervista concessa al quotidiano Interris Elisabetta Garuti, membro della Comunità Papa Giovanni XXIII, in occasione dell’iniziativa solidale “Un pasto al giorno”.
La missionaria ha fatto poi l’esempio dello Zambia: un Paese grande due volte e mezzo l’Italia, che possiede ricchezze inestimabili come diamanti, oro, litio, le famose terre rare. Inoltra ha un sottosuolo ricchissimo di acqua, che consentirebbe di fare due raccolti l’anno. Ma nello Zambia si muore di fame.
«Se si analizzasse singolarmente ogni Paese dove le persone soffrono la fame – aggiunge Garuti – si capirebbe immediatamente che il problema non è una tragica fatalità. E’ per questo che dobbiamo combattere le cause che creano la fame, non possiamo dare solo da mangiare agli affamati perché rischiamo di diventare funzionali al sistema che crea quella povertà. Ecco perché come Papa Giovanni XXIII lavoriamo sempre sue due fronti: dare da mangiare a chi non ne ha, essendo presenti nelle stanze dei bottoni per dire a chi fabbrica le croci di smettere di farlo».





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