
Comincia a mostrare le sue falle il sistema di democrazia diretta della Svizzera, che chiama diverse volte l’anno gli elettori a esprimersi su vari temi politici e sociali. Niente da fare quindi per i referendum del 30 novembre. I cittadini elvetici erano stati chiamati a pronunciarsi sull’estensione del servizio militare obbligatorio alle donne e l’introduzione di una tassa sulle grandi eredità.
Partiamo da quest’ultima. A proporla erano stati i Giovani Socialisti (Juso), con lo slogan “Gli ultra-ricchi ereditano miliardi, noi ereditiamo crisi”. Il denaro ricavato sarebbe stato utilizzato per piani di investimento a protezione del clima. Per i promotori la colpa di gran parte delle emissioni dannose ricadrebbe sui super-ricchi, e la presidente di Juso Mirjam Hostetmann aveva sintetizzato questo concetto dicendo con lo slogan “chi inquina paga”. Nonostante interessasse solo i trasferimenti di ricchezza superiori ai cinquanta milioni di franchi e avrebbe quindi coinvolto 2.500 persone su 9 milioni di svizzeri, la proposta era stata accompagnata da prevedibili polemiche e accesi dibattiti: anche il governo federale aveva invitato alla “prudenza“, agitando come spauracchio una possibile minore attrattiva del Paese per i grandi patrimoni internazionali.
L’altra proposta referendaria, bocciata con meno del 20% dei consensi, toccava un tema che sta già agitando molti paesi d’Europa, Italia compresa: l’organizzazione della leva militare. In Svizzera i giovani di sesso maschile sono obbligati alla coscrizione o al programma di protezione civile: in caso di rifiuto, è possibile svolgere un servizio civile alternativo pagando una tassa. Escluse dall’obbligo però sono le donne, per cui il servizio militare e civile è volontario: il referendum voleva estenderlo anche a loro. Ma anche stavolta i cittadini elvetici, con la loro astensione, hanno detto no.





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