Sulla “cattura” di Nicolas Maduro e di sua moglie probabilmente ci avevamo visto giusto. Nel primo articolo, quello del 5 gennaio, scrivevamo: “Venezuela/Golpe concordato fra Trump e Maduro?”, dando voce ai dubbi avanzati da uno dei massimi esperti italiani della difesa, il generale Vincenzo Camporini.

Oggi, a distanza di giorni, il Washington Post accredita quella che era solo una verosimile ipotesi. L’attacco degli Stati Uniti al Venezuela del 3 gennaio sarebbe stato preceduto da una frenetica attività diplomatica che avrebbe coinvolto anche il Vaticano. Alla vigilia di Natale, scrive il quotidiano americano sulla base di documenti governativi, il cardinale Pietro Parolin avrebbe «convocato d’urgenza Brian Burch, ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede, per sollecitare dettagli sui piani americani in Venezuela». Il cardinale, secondo i documenti, avrebbe esortato gli Stati Uniti a offrire una via d’uscita al leader di Caracas. «Per giorni – ricostruisce il Washington Post – l’influente cardinale italiano, nunzio apostolico a Caracas dal 2009 al 2014, aveva cercato di contattare il segretario di Stato Marco Rubio nel disperato tentativo di evitare spargimenti di sangue e destabilizzazione in Venezuela».  

A Maduro, che era dunque perfettamente consapevole di ciò che sarebbe accaduto, sarebbe stato proposto l’esilio con la possibilità di «godersi i suoi soldi» se avesse accettato l’offerta di Putin di trascorrere l’esilio in Russia. Poi la soluzione diplomatica non sarebbe decollata e così, nella notte tra il 2 e il 3 gennaio, Maduro e sua moglie sono stati catturati dalle forze speciali americane.

Ma non è solo il Washington Post a scrivere che i tentativi di trovare una soluzione diplomatica con Maduro sono stati condotti fino all’immediata vigilia dell’attacco. Il New York Times, nei giorni scorsi, ha affermato che il leader venezuelano il 23 dicembre aveva rifiutato l’offerta di riparare in Turchia.

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