
La notizia è di queste ultime ore. Secondo il Wall Street Journal l’amministrazione statunitense starebbe valutando un possibile attacco contro l’Iran. L’ipotesi arriva dopo le ripetute minacce del presidente Donald Trump di colpire la Repubblica islamica nel caso in cui il regime uccida altri manifestanti. Al momento non vi sono segnali di un’azione imminente tuttavia, secondo le fonti “ben informate” del WSJ, sarebbero già in atto colloqui per individuare potenziali obiettivi militari, mentre non sarebbe escluso un attacco aereo su larga scala.
Trump scrive oggi su Truth: «L’Iran sta guardando alla libertà, forse come mai prima d’ora. Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare!!!». L’avvertimento è arrivato dopo che il procuratore generale iraniano Mohammad Movahedi Azad aveva proclamato: «tutti i manifestanti potranno essere perseguiti come nemici di Dio!», accusa che in Iran equivale alla pena di morte.
Ma il pugno di ferro degli Stati Uniti non si ferma al Venezuela né all’Iran: questa notte elicotteri statunitensi hanno colpito obiettivi dell’Isis in Siria, nell’area desertica a ovest di Deir ez-Zor. Una “risposta” esemplare al mortale attacco dell’Isis contro le forze statunitensi e siriane a Palmira, in Siria, il 13 dicembre.
Di fronte a questo scenario, a un anno dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, non si può non interrogarsi sul cambiamento profondo che sta subendo l’ordine mondiale e su tutte le complesse implicazioni che ciò comporta, già ora, per i paesi occidentali, a cominciare dall’Unione Europea. Per anni avevamo immaginato che la politica internazionale del futuro sarebbe stata improntata ad attacchi del mondo virtuale, ad un cyber-conflitto dagli esiti angoscianti. Ma la realtà, dall’invasione dell’Ucraina ai giorni nostri, ci dimostra che siamo tornati alla guerra del Novecento, quella per la conquista dei territori, con i confini che diventano uno fra i principali fattori di crescente tensione.
In un simile panorama, quale che sia il giudizio che ne darà la Storia, qualche notizia rassicurante arriva per il nostro paese. Lo spread, in picchiata, si avvia verso “zona 60”, aprendo sensibili spazi di rilancio per famiglie e imprese italiane.
Mentre giunge anche l’annuncio di Claudio Descalzi: «Abbiamo 500 persone in Venezuela, siamo pronti a investire nel Paese e lavorare con le compagnie americane». Lo ha detto il CEO di ENI in un recente incontro con Donald Trump alla Casa Bianca.
L’interesse nazionale resta dunque al centro dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni che, anche nella attuale, difficile e mutevole congiuntura internazionale, sa come portare a casa benefici per gli italiani. E tutto questo lo dimostra.
Renato d’Andria





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