E’ in esilio da decenni, Reza Pahlavi. Il figlio dell’ultimo Scià, mentre infuria la sanguinosa repressione dell’Ayatollah contro i manifestanti e le agenzie parlano di oltre 12mila morti, ha deciso di tornare sulla scena, rivolgendo un appello alle forze armate. «Voi – ha scritto nella nota diffusa questa mattina – siete l’esercito nazionale dell’Iran, non l’esercito della Repubblica Islamica. Unitevi ai vostri compatrioti senza indugio». Un invito diretto alla ribellione contro la brutale repressione in atto. L’esercito regolare dovrebbe rifiutarsi di sparare sulla folla e, se ciò avvenisse, il regime rimarrebbe protetto solo dalle Guardie della Rivoluzione, i “pasdaran”. Pahlavi, con un richiamo esplicito agli avvertimenti lanciati da Donald Tump, ha aggiunto che il tempo per il regime è ormai scaduto perché «il mondo sta rispondendo».

Stando alle organizzazioni per i diritti umani con sede negli Stati Uniti, in Iran sarebbero oltre 18.000 le persone sono state arrestate nell’ultimo mese e la minaccia di esecuzioni di massa sembra essere l’ultima carta in mano ad una leadership sempre più isolata, ma sempre più sanguinaria. Si teme ad esempio per la vita del giovane attivista Erfan Soltani, il 26enne arrestato l’8 gennaio durante le proteste a Fardis, nei pressi di Teheran, la cui impiccagione è prevista per oggi.

Da qui anche l’accelerazione impressa da Trump, che ha annunciato un intervento americano contro l’Iran nel caso in cui fossero eseguite pene capitali nei confronti dei manifestanti. Trump, oltre ad esprimere solidarietà ai manifestanti, li incoraggia esplicitamente a rovesciare il regime. «Continuate a lottare – ha scritto loro su Truth – gli aiuti sono in arrivo».

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