
Si è aperto ieri a Davos il World Economic Forum, con al seguito gli immancabili cortei di manifestanti contro le regole del capitalismo.
Fra i temi all’ordine del giorno, gli investimenti crescenti nell’intelligenza artificiale e le loro implicazioni per l’economia globale; il debito, che si avvicina a soglie critiche con cambiamenti senza precedenti nelle politiche fiscali e monetarie; infine i “riallineamenti commerciali”, che gli analisti intendono come le “guerre a bassa intensità”, in primis quella fra Stati Uniti e Cina, ma non solo.
Fra i presenti va subito evidenziato il cambio della guardia al vertice del Forum. Il posto dell’ultra ottuagenario Klaus Schwab, considerato il fondatore del Forum, sarà preso quest’anno da Larry Fink, potente Ceo di BlackRock. Un cambio che fa la differenza.
Se infatti Donald Trump è atteso con cinque ministri al seguito, certo che nessuno metterà in discussione lo status di leader della potenza dominante, non va dimenticato che Fink è azionista di peso nella maggior parte delle società quotate a Wall Street. A nessuno dei due conviene creare una dialettica aspra, ma con Trump non si può mai dire. In ogni caso, il tycoon arriverà domani con «la delegazione americana più grande di sempre», secondo quanto ha detto ieri in apertura il presidente del Wef Borge Brende. Ci saranno infatti il segretario di Stato Marco Rubio, quello del Tesoro Scott Bessent, il segretario al Commercio Howard Lutnick e quello dell’Energia Chris Wright. Con loro anche Steve Witkoff, gran tessitore dei negoziati su Ucraina e Gaza, e Jared Kushner, il finanziere genero di Donald Trump.
Fra gli altri capi di stato ci sono Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, ma anche il primo ministro dell’Autorità Palestinese e il presidente israeliano.
La presenza del primo ministro italiano Giorgia Meloni non è in agenda. Ma non si esclude che possa arrivare. Chi invece ha dato forfait all’ultimo momento è Zelensky, mentre sono in arrivo il numero uno Nato, Mark Rutte, il presidente argentinoJavier Milei e quello colombiano Gustavo Petro.
L’arrivo di Volodymyr Zelensky a capo della folta delegazione ucraina era previsto oggi pomeriggio. Secondo fonti diplomatiche, la rinuncia è legata ai bombardamenti tuttora in corso su alcuni punti strategici dell’Ucraina.





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