Qualcuno nel ricordarlo, dopo la scomparsa avvenuta ieri a 84 anni dopo una lunga malattia, lo definisce un politico “a metà fra Lenin e Tex Willer”. Una connotazione immaginifica, che serve a ricordare gli esorti giovanili di Umberto Bossi nel PCI, prima che lo cogliesse la folgorazione di chiamare a raccolta tutto il malessere serpeggiante in molte regioni settentrionali nei confronti del Sud. Una seconda illuminazione, stavolta di senso opposto, lo portava poi a sposare una catanese doc, l’amatissima moglie Manuela Marrone, che gli ha dato quattro figli e gli è stata accanto fino all’ultimo.

«Non ho mai frequentato personalmente Umberto Bossi nella mia veste di segretario del Partito Socialdemocratico Italiano – ricorda oggi Renato d’Andria – ma di certo in quegli anni la nostra visione, profondamente radicata nel tessuto liberale, animata da spirito garantista, non avrebbe mai potuto trovare punti di contatto con coloro che, travestiti da vichinghi, urlavano a gran voce da Pontida slogan come “Roma ladrona!”».

«Tuttavia – prosegue l’ex segretario socialdemocratico – va riconosciuta a Bossi la capacità di aver saputo cogliere nella Lega Nord, fondata nel 1884, le divisioni che in quegli anni esistevano fra Nord e Sud del Paese, avviando un percorso che, a modo suo e forse involontariamente, ha consentito al Mezzogiorno di intraprendere il cammino di riscatto rimasto che era rimasto fermo per decenni alla cosiddetta Questione Meridionale».

La svolta arrivò nel 1992: con un Paese travolto da Tangentopoli la Lega di Bossi ottiene l’8,6% dei consensi e porta in Parlamento 80 dei suoi. «Condivido la sintesi fatta da alcuni commentatori – osserva ancora d’Andria – secondo cui in quelle elezioni il Carroccio riuscì in quel risultato anche perché contemporaneamente i Radicali del mio amico Marco Pannella, reduci dalla tragica esperienza delle torture giudiziarie inflitte ad Enzo Tortora, persero consensi per aver scelto una posizione garantista anche nei confronti degli imputati di Mani Pulite». Una posizione lungimirante, la loro, cui poi la storia avrebbe dato ragione, ma tutt’altro che condivisa da un Paese imbevuto della furia giustizialista e dall’idolo di una catarsi politica che, in realtà, non è mai arrivata.

«Prima della morte del fondatore della Lega, Umberto Bossi, quella di oggi doveva essere la giornata della chiusura della battaglia referendaria. E invece oggi la Lega annulla tutti gli appuntamenti sul territorio». Sono le parole a caldo di Matteo Salvini, l’uomo che ha saputo raccogliere il testimone prima da Bossi, poi anche da Roberto Maroni, di cui si apprezza ancora oggi la lucida moderazione. «Questa – ha aggiunto Salvini – è la Lega con decine di migliaia di iscritti che c’è grazie a lui. Tutti siamo qui grazie a una idea innovativa, geniale, democratica e criticata. Noi voliamo più alto degli imbecilli che insultano sui social e lo ricordiamo e oggi la diretta della radio riguarda Umberto».

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