Che lo si voglia ammettere o no, l’Italia è già in piena campagna elettorale. E i più recenti sondaggi, che danno quasi in parità l’attuale maggioranza e il campo largo avversario, mettono ogni volta in fibrillazione i leader politici. Compresa la premier Giorgia Meloni che, sebbene impegnata a tutto campo nella difesa dell’Italia in balia delle crisi internazionali, non può che guardare con preoccupazione ai primi test sulle preferenze attuali degli elettori.

L’incognita, secondo molti osservatori, è quella legata a Futuro Nazionale di Roberto Vannacci che, se entrasse in maggioranza, consentirebbe con il suo stimato 3-4% di conquistare alcuni punti preziosi. Altri se ne perderebbero, fra i tanti moderati che non vedrebbero di buon occhio questa eventuale alleanza.

Giorgia Meloni lo sa bene. E andrebbe letta in questa chiava la sua recente apertura verso Azione, il partito fondato da Carlo Calenda, dato oggi intorno al 4%. Una forza politica equilibrata, scevra da estremismi e, soprattutto, basata su principi concreti di economia. Durante le recenti interrogazioni in aula, rispondendo a Calenda che chiedeva una cabina di regia per affrontare le priorità strategiche del Paese, Giorgia Meloni lo ha ringraziato per «aver sempre mantenuto un atteggiamento costruttivo, a differenza di chi, nell’opposizione, all’interesse nazionale ha anteposto altro». Poi l’annuncio sul nucleare, proposta tante volte avanzata da Azione: «Approfitto per dire che entro l’estate – ha dichiarato Meloni – sarà completato il quadro giuridico necessario alla ripresa della produzione nucleare in Italia».

«Non farei mail il ministro in un esecutivo guidato da Giorgia Meloni – ha inteso precisare Calenda due giorni dopo sul Foglio – farò quello che ho detto agli italiani, costruire un governo di larga coalizione tra partiti europeisti».

Bella scommessa. Ma come si arriva a guidare un Paese partendo dal 4 per cento? E soprattutto, in che modo si intende affrontare la mission impossible se nel frattempo si rompe con un pezzo da 90 come Luigi Marattin, principale alleato di Azione prima della rottura di inizio maggio?

Ma quale Terzo Polo… «Siamo stati percepiti come un fastidio… Nonostante gli sforzi compiuti negli ultimi sei mesi, devo prendere atto che al momento non ci sono le condizioni per far partire un’operazione terzopolista, che pur noi del Partito Liberaldemocratico continuiamo a ritenere possibile e necessaria», aveva dichiarato Marattin.

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