
Presentato il Melonellum 2.0, nuovo documento base per la riforma della legge elettorale. Il testo è stato depositato, al termine della discussione generale, in commissione Affari costituzionali della Camera, presieduta dall’azzurro Nazario Pagano. Poco prima la Capigruppo aveva calendarizzato i tempi per l’iter alle Camere. Fra i punti chiave, il superamento dei collegi uninominali, previsti dall’attuale Rosatellum.
Vediamo in rapida sintesi le principali modifiche introdotte. La soglia per far scattare il premio di maggioranza di 70 deputati e 35 senatori passa dal 40 al 42%. Non ci saranno ballottaggi se nessuno raggiunge tale soglia e i premi di maggioranza scattano solo se in entrambi i rami del Parlamento è stato superato il 42% e se il vincitore è lo stesso.
«Salvi i seggi assegnati alla circoscrizione Estero e quelli assegnati ai sensi dell’articolo 2 (Trentino Alto Adige e Val d’Aosta, ndr) – si prevede all’articolo 1 del nuovo testo – i seggi sono ripartiti tra le liste e le coalizioni di liste con metodo proporzionale con l’eventuale attribuzione di un premio di governabilità pari a settanta seggi complessivi alla Camera (35 in Senato, ndr) da assegnare a liste presentate a livello circoscrizionale in favore della coalizione o della lista singola che abbia ottenuto il maggior numero di voti validi a livello nazionale in entrambe le Camere e che abbia conseguito almeno il 42 per cento di voti validi in ciascuna di esse».
Passiamo al tetto massimo da raggiungere con il premio di maggioranza, che risulta abbassato da 230 a 220 alla Camera, esattamente la soglia “costituzionale” del 55%, in modo da non sfiorare il tetto di garanzia per l’elezione dei giudici della Consulta e del Csm e da non regalare alla maggioranza la completa autonomia per l’elezione del Presidente della Repubblica. In Senato il tetto resta un p’oco’ più alto (circa al 57%) perché si deve tener conto dei senatori a vita.
Un’altra novità di rilievo riguarda il rafforzamento dell’obbligo di indicare la proposta del nome del candidato premier al momento del deposito di liste e programmi, pena l’inammissibilità stessa della lista. Il nome non sarà comunque presente sulla scheda, dal momento che la scelta del Presidente del Consiglio rimane comunque in capo al Quirinale. Rimane invece escluso dal testo il nodo legato alle preferenze, materia fortemente divisiva su cui i partiti di governo non hanno trovato un’intesa. Infine,il testo interviene sulla normativa degli italiani all’estero introducendo un meccanismo anti-contraffazione e delegando l’esecutivo ad aggiornare entro tre mesi il regolamento attuativo per garantire la segretezza e la sicurezza del voto.
Resterebbero inoltre i listini bloccati (6 nomi alla Camera con qualche eccezione, più spesso 4 o 5 in Senato), che vanno ad aggiungersi ai nomi degli eletti con il listino legato al premio (da 1 a 5). Troppi nomi bloccati sulla scheda, insomma, per le opposizioni. Ma un po’ troppi anche per una parte dei costituzionalisti, che avvertono del rischio di una pronuncia della Consulta sul punto (i giudici costituzionali potrebbe ad esempio introdurre l’opzione di una preferenza).
La soglia di sbarramento resta quella al 3% concordata per tempo dalla premier Giorgia Meloni con Carlo Calenda per permettere la corsa terzopolista, ossia a distanza di sicurezza dal campo largo, della sua Azione.
Un’ancora di salvataggio, questa, anche per il Movimento 5 Stelle, nel caso in cui dovesse ripetere alle politiche lo scarso risultato delle recenti comunali: un misero 3,7 per cento in media.





Rispondi