«La casa dei riformisti non c’è più, il partito ha subìto uno snaturamento». Questo l’incipit con cui l’eurodeputata Pina Picierno, esponente di punta dell’ala riformista, ha detto addio al Partito Democratico, in una recente intervista al Foglio. Una decisione maturata dopo mesi di aperto dissenso nei confronti della linea politica impressa dalla segretaria Elly Schlein, giudicata troppo sbilanciata a sinistra e giudicata eccessivamente indulgente verso le posizioni del Movimento 5 Stelle. 

Prima di lei hanno avevano già salutato uscendo dalla porta principale del Nazareno Marianna Madia ed Elisabetta Gualmini. Tre donne, tre percorsi diversi ma altrettante storie politiche accomunate dalla medesima conclusione: nel partito guidato da Elly Schlein non trovano più la loro casa. Dunque Schlein, la leader che aveva fatto dell’inclusione la propria cifra politica, oggi vede allontanarsi una dopo l’altra alcune delle figure più rappresentative della tradizione riformista democratica.

Madia, passata nel gruppo di Italia Viva, un mese fa così aveva formalizzato la decisione. «Amici, provo da un’altra prospettiva a costruire un pezzo di centrosinistra. Sempre uniti dallo stesso obiettivo: liberare l’Italia da questo pessimo governo, penso a un’area di riformismo radicale, in grado di entrare dentro i problemi reali delle persone e indicare soluzioni concrete».

Ha scelto invece il partito di Carlo Calenda un’altra parlamentare di perso ex Pd: Elisabetta Gualmini. Queste le parole dell’ex vicepresidente dell’Emilia-Romagna, in rotta con la linea politica del Nazareno: «È una decisione molto sofferta, ma molto convinta. Il Pd ha cambiato struttura, c’è stata una mutazione genetica che porta un riposizionamento nella sinistra radicale che taglia fuori la cultura del riformismo di cui ho sempre fatto testimonianza». E ancora: «voglio fare politica in uno spazio senza alcuna ambiguità sul sostegno all’Ucraina. Cosa vuol dire “no al riarmo, sì alla difesa comune?”. O “no alla difesa nazionale, sì alla difesa comune?”. Nel Pd ho registrato ambiguità, c’è un’alleanza con chi in Ue vota contro le armi in Ucraina». Quindi l’affondo. «È disdicevole il modo con cui nel Pd si porta avanti la battaglia sulla giustizia, con la scelta di mobilitare tutto il partito su un sindacato. In questo referendum (sulla giustizia, ndr) ci sono innesti di populismo: “se voti sì sei un fascista”. Il Pd non è mai stato una roba così, era il partito della responsabilità. Non arriveranno le cavallette. Penso che sia una riforma giusta, se il governo fa delle cose buone noi le votiamo. È un criterio pragmatico».

Ma l’ultimo addio, quello della Picierno, suona oggi come il più fragoroso. «Ho avuto spesso l’impressione – ha detto – che il Pd abbia fatto il contrario. Più che interrogarsi su come governare il mondo che stava emergendo, ha finito per interrogarsi su come rappresentarne una parte. Ma una forza di governo non può limitarsi alla rappresentanza. Deve costruire consenso, assumersi responsabilità, indicare una direzione. Deve parlare anche a chi non la pensa già allo stesso modo».

“Contro Picierno, le purghe digitali”, aveva titolato qualche settimana fa Il Riformista. «Nessuna smentita – scrive il quotidiano diretto da Claudio Velardi – nessuna telefonata dal Nazareno a Picierno, che forse l’avrebbe meritata. E certamente gradita. Da Schlein nessun segno. La donna più inclusiva le ha escluse tutte».

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