La notizia circolata ieri, secondo cui fonti dell’intelligence britannica non escludono un attacco di Putin all’Europa entro il 2030, fa accapponare la pelle. Specie perché verrebbe confermata anche da altre fonti. Né rassicurano le recenti incursioni dello zar sotto forma di guerra ibrida, o di vere e proprie incursioni belliche, come solo pochi giorni fa il drone caduto su una città della Romania e, prim’ancora, in Polonia.

Timori che certamente pesano sul Vertice dei Volenterosi che si tiene oggi a Londra, con la presenza di Zelensky, preparatorio anche dei successivi appuntamenti in agenda sullo stesso, bollente tema: la riunione allargata il 14 luglio a Parigi, poi il G7, il Consiglio europeo, il vertice della Nato di Ankara. L’Alleanza, spiegano fonti diplomatiche, in quell’occasione potrebbe annunciare un nuovo finanziamento militare da 70 miliardi per Kiev, che nel frattempo si appresta a ricevere la prima tranche del prestito da 90 miliardi dell’Ue.

Ad agitare il tavolo di oggi e quelli imminenti, c’è anche la questione dell’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, senza contare la questione degli aiuti, che diventa sempre più controversa e divisiva per l’opinione pubblica, considerando le emergenze della crisi energetica in atto, con le conseguenze pesanti che conosciamo, su imprese e famiglie.

Sulla prima questione, osservo che un ingresso tout court del Paese guidato da Zelensky al tavolo dei 27 risulta quanto meno intempestivo e, per certi versi, pericoloso. Ho ricordato in apertura i timori che sarebbero stati espressi da 007 internazionali su una possibile guerra scatenata da Putin e destinata, qualora avvenisse – secondo le fonti – a colpire per prima proprio la capitale britannica. Non si può, sul punto, non evidenziare che l’aggressione russa su Kiev nel 2022 fu scatenata proprio dalla possibile adesione dell’Ucraina all’Unione. Si tratterebbe quindi di un passaggio per ora del tutto indesiderabile, quanto meno da rinviare a tempi futuri, se e quando.

Trovo giustamente cauta la posizione mostrata finora dall’Italia, intenta soprattutto a salvaguardare economia, investimenti e la tenuta complessiva del Paese.  Ricordo che solo tre giorni fa la premier Giorgia Meloni ha firmato gli ultimi 6 Accordi per la Coesione con i Ministeri, attivando investimenti complessivi del PNRR per circa 1,7 miliardi di euro, che andranno a potenziare le risorse in comparti strategici come sanità, scuola, competitività, protezione civile, riduzione del rischio geologico e del divario territoriale.

Un impegno enorme, dunque, da portare a compimento nell’ultimo anno di legislatura. E mi pare che questo basti già a far comprendere quanto sia condivisibile la prudenza del nostro esecutivo sui tavoli internazionali di aiuti e di pacificazione. Dove comunque, ne siamo certi, l’Italia non rinuncerà a fare la sua parte, come ha sempre fatto finora.

Renato d’Andria

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