
Non potevamo non celebrare il grande ritorno d’attualità del nostro Padre fondatore, Giuseppe Saragat, ieri proposto agli studenti della Maturità 2026 col suo primo discorso alla Costituente. E se sull’Umanità di ieri lo abbiamo fatto addirittura inviando una Newsletter straordinaria, oggi vi proponiamo la prima parte del saggio che lo storico Federico Guastella dedicò al rapporto tra Saragat e il Marxismo. Un testo attualissimo, illuminante, che il saggista aveva donato qualche anno fa al PSDI guidato all’epoca da Renato d’Andria.
KARL MARX LETTO DA GIUSEPPE SARAGAT
di Federico Guastella
-prima parte –
Se è nota la storia di Giuseppe Saragat intrecciata alle vicende del socialismo italiano, sicuramente rimane meno conosciuta la sua attività di studioso sul materialismo storico del primo Novecento quando l’ironia della sorte ha voluto che il pensiero di Marx diventasse una “religione di stato” degenerata in dogma e sfociata in una dittatura protrattasi nel tempo.
Estraneo al bolscevismo considerato terreno fertile per il fascismo, Saragat ha cominciato a teorizzare il suo pensiero muovendo dall’influsso di Rodolfo Mondolfo[1], dagli scritti di Antonio Labriola che aveva un concetto troppo alto della libertà[2], nonché dalla lezione sulla “Rivoluzione liberale” dell’amico Piero Gobetti, al quale, a Torino, fu molto vicino, malgrado le loro idee non avessero molti punti d’incontro.
Nel 1892 c’era stata la formazione del Partito Socialista che aveva contribuito alla diffusione dei testi di Marx e di Engels; in quegli stessi anni, attraversati da forti tensioni sociali, Benedetto Croce, sotto la spinta del suo maestro Antonio Labriola, cercava di definire la sua posizione all’interno del dibattito sulla dottrina marxista. Anche Giovanni Gentile si era accostato alla filosofia di Marx: una rielaborazione della sua tesi per l’abilitazione all’insegnamento secondario, intitolata Una critica del materialismo storico, apparve a Pisa nel 1897; poi, nel 1899, venne pubblicato, sempre a Pisa e insieme al primo lavoro, il volume La filosofia di Marx[3].
Il terreno era dunque già fertile per la lettura di Marx, maturata da Saragat durante il suo esilio. Il 20 novembre del 1926 è costretto a lasciare l’Italia avendo come meta Vienna[4], dove venne a contatto con l’esperienza di governo degli austromarxisti. La sua attività di studioso e di militanza non subisce un arresto. Incontrò alcuni esuli provenienti dall’Unione Sovietica, la cui critica sul sistema comunista rivelava una forte deriva in direzione liberticida e maturò la convinzione di unire la classe della piccola borghesia, da sottrarre alle tentazioni del fascismo, con quella dei lavoratori liberi dall’ipoteca bolscevica. La conquista rivoluzionaria della democrazia e la costruzione graduale del socialismo gli si profilavano dunque come i pilastri fondamentali della piena adesione a un marxismo non ortodosso, seguendo gli insegnamenti di Bauer che aveva conosciuto gli effetti della degenerazione autoritaria del regime sovietico. In sostanza, sarebbero dovute risultare più vie per la costruzione del socialismo. Intanto, nel 1932, venivano pubblicati in Italia L’deologia tedesca (1846)[5]e i Manoscritti economico-filosofici del 1844[6], due saggi necessari all’interpretazione del pensiero marxiano.
Questo per sommi capi il contesto politico-culturale in cui fu dato alle stampe L’umanesimo marxista, pubblicato a Marsiglia nel 1936, in lingua francese[7].
Si tratta di un ampio saggio di filosofia politica in cui Giuseppe Saragat riporta Marx all’altezza dei tempi, lacerati da pesanti degenerazioni. L’opera[8], apprezzata da Otto Bauer,
ricevette ampi consensi; poi fu pubblicata in Italia nel 1988 con una nota introduttiva di Gian Piero Orsello[9] e con una “Nota preliminare”, curata dallo stesso Autore che manifesta lo scopo di certo ambizioso di dare un contributo per una comprensione “più ampia” tra quelli che mirano alla realizzazione di un mondo nuovo.
La lettura di Marx è condotta ermeneuticamente con continui richiami ai suoi scritti e intende dimostrare che egli è propugnatore di un umanesimo orientato alla liberazione di ogni capacità umana. Questo di Saragat a me pare un testo fondamentale per la ricostruzione del pensiero marxiano soprattutto nella sua unitarietà, cioè senza svolte decisive che facciano da spartiacque nel corso del filosofo di Treviri. Fondandosi nell’estremo disagio sociale, l’Autore concentra l’attenzione sul pensiero originario di Marx e vede nella sua opera un bisogno concreto di giustizia unitamente a una spiegazione sulla possibilità di realizzarlo, scongiurando ogni possibile fraintendimento. Saragat ha il merito di avere costruito un rapporto profondo con lui, un costante dialogo che gli ha consentito di riconoscersi nella sconcezione, avendo compreso che Marx non è un dogmatico in un sistema chiuso[10] e che in ogni caso occorre partire da lui in modo onesto e scevro da pregiudizi. Tracciando una lucidissima analisi della situazione italiana dell’epoca, da un lato si colloca in opposizione al fascismo, espressione di un’aristocrazia borghese e finanziaria che rinuncia alle forme democratiche per reagire con violenza all’organizzazione del movimento operaio e affermare una volontà di potenza incontrastata; dall’altro, mette in evidenza, senza la noiosità del polemizzare, l’incapacità da parte degli pseudo-marxisti di cogliere il valore assoluto della libertà[11].
Leggendolo, si rimane affascinati dalla chiarezza dello stile e si ricava l’immagine di un accurato lettore delle opere di Engels e di Marx; specificamente si intrattiene sugli scritti filosofici di quest’ultimo con rigorosa attenzione al tema della prassi e si può dire che ci consegni un compendio succoso e puntuale, tant’è che nel corso dell’esposizione sembra spesso di leggere Marx. Nei dieci capitoletti dell’opera Saragat fissa l’attenzione su alcuni assi nevralgici e focalizza l’analisi storico-sociologica del capitalismo come una delle grandi tappe più incancellabili dell’umanità. Infatti, sa coglierne scopo, senso e processo storico. La sua chiave di lettura fa tesoro del liberalismo di Marx, punta alla conquista totale dell’uomo senza cedere alla lusigna di nessuna dittatura già esistente e si sviluppa lungo la traiettoria Kant-Hegel fino a un’interpretazione della lotta di classe.
[1] Egli dedicò al marxismo una serie di studi, da Il materialismo storico di Federico Engels (1912) all’insieme di ricerche dal titolo Sulle orme di Marx (1919, più volte riedite). Rilevante la raccolta: R. Mondolfo, Umanesimo di Marx. Studi filosofici (1908-1966), Einaudi, Torino, 1968, a cura di N. Bobbio.
[2]La sua opera maggiore è costituita dai quattro “Saggi” intorno alla concezione materialistica della storia, il primo dei quali, In memoria del Manifesto dei Comunisti, è del 1895, scritto su sollecitazioni della rivista francese marxista “Devenir Social”, fondata nello stesso anno dal Sorel. Per l’approfondimento: cfr.: A. Labriola, La concezione materialistica della storia, a cura e con una introduzione di E. Garin, Laterza, bari, 1969.
[3]G. Gentile, La filosofia di Marx, Sansoni, Firenze, 1959.
[4]Durante la permanenza viennese, durata tre anni, lavora in una banca strettamente legata alla Banca Commerciale Italiana. Rafforza le sue scelte politiche e culturali, partecipando attivamente e criticamente a quel processo che avrebbe portato alla riunificazione socialista di Parigi, avvenuta nel 1930.
[5]K. Marx-F. Engels, tr. it. L’ideologia tedesca (quinta edizione), Roma, 2000, a cura di C. Luporini.
[6]K. Marx, tr. it. Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi, Torino, 1968, a cura di N. Bobbio.
[7]G. Saragat, L’Umanisme marxiste, Marseille, 1936.
[8]Era stata preceduta dal testo Democrazia e marxismo, pubblicato sempre a Marsiglia nel 1929 presso le edizioni ESIL e destinato agli esuli antifascisti, dove Saragat, allievo dei due Adler (Friederich, segretario dell’Internazionale socialista, e Max) elabora una riflessione sul rapporto tra democrazia e lotta di classe.
[9]G. Saragat, L’Umanisme marxiste, Marseille, 1936. L’umanesimo marxista, Baldini & Castoldi, Milano, 1988 (Alla fine della guerra e dopo il crollo del nazifascismo, egli non volle mai tradurlo in lingua italiana, ritenendolo troppo legato al particolare momento storico in cui era stato scritto e ampiamente superato dagli eventi. Parlandone, diceva: “Non serve più. Chi legge queste cose? Non leggono più Hegel, figurati se leggono Saragat. Lo scritto serve anche a spiegare i motivi che determinarono la scissione, seppre lacerante, della separazione di Saragat dal Psiup avvenuta il 12 gennaio del 1947 con la costituzione a Palazzo Barberini del nuovo Partito socialista dei lavoratori italiani (Psli). E’ possibile che il leader socialdemocratico abbia potuto contare in quel momento e più tardi sugli aiuti di alcuni esponenti italoamericani del mondo sindacale degli Stati Uniti. Ma la sua decisione, pur non essendo mai stata considerata risolutiva e nemmeno definitiva, ebbe serie motivazioni ideologiche e politiche, giovando all’evoluzione della democrazia italiana negli anni seguenti. In prefazione Orsello traccia le tappe salienti della vita e dell’impegno politico-culturale di Saragat. Ecco un brano:”La separazione di Saragat dal PSIUP avviene il12 gennaio 1947 con la costituzione a Palazzo Barberini del nuovo Partito socialista dei lavoratori italiani (Psli). Egli sente tuttavia l’amarezza della divisione dai vecchi compagni e intende “tenere aperta la porta per l’accesso dei rappresentanti dei lavoratori alla direzione dello Stato”, dimostrando però che la scissione è di importanza fondamentale per il Paese, anche a causa dell’avvio della guerra fredda sul piano internazionale” (p. 15).
[10]M. Rubel, Marx critico del marxismo, Cappelli, Bologna, 1981, a cura di B. Bongiovanni.
[11]Ivi, p. 149.





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