
Dopo la decisione della Cassazione, che ha reso definitiva la condanna a 5 anni per la strage di Viareggio, l’ex Ad di Fs e Rfi Mauro Moretti (foto sopra) nella tarda serata di ieri si è costituito in carcere. La tragedia è quella del 29 giugno 2009: un carro cisterna deragliato, il gpl fuoriuscito, un quartiere devastato, trentadue morti, tre bambini, vite spezzate, corpi segnati per sempre.
E ieri, alla vigilia dell’anniversario, dopo diciassette anni la Cassazione ha confermato le condanne per undici imputati. L’ex amministratore delegato di Fs e Rfi è stato condannato a cinque anni. I reati contestati sono disastro ferroviario colposo, incendio e lesioni colpose.
Il Comitato Mario Pagano, costituitosi ad opera di giuristi ed avvocati nei mesi del referendum giustizia e da allora rimasto in trincea per la salvaguardia dei diritti, sulla carcerazione di Moretti ha emanato un comunicato che apre le porte ad una più ampia riflessione. Con sede a Napoli in zona Chiaia, via Carlo Poerio, presso lo studio dell’avvocato Francesco Picca, il Comitato vede in attività molti noti penalisti partenopei, fra i quali Gennaro De Falco, Domenico Ciruzzi ed altri.
Dopo aver definito in apertura la reclusione di Moretti come fattore che «mostra una deriva della cultura dello scalpo», la nota così prosegue.
«Il caso Moretti diventa qualcosa di più di una vicenda processuale. Diventa un test sul modo in cui l’Italia giudica le grandi organizzazioni. Assonime (la società che si occupa di temi riguardanti lo sviluppo dell’economia italiana, ndr) lo aveva scritto con chiarezza nel lavoro dedicato a Viareggio: il tema non è stabilire se un capo possa essere chiamato a rispondere. Certo che può. Il tema è stabilire quando, per quali atti, con quali prove, con quale nesso tra decisione, potere e evento».
In primo grado il tribunale di Lucca aveva escluso la responsabilità di Moretti, riconoscendo che chi guida una holding esercita poteri di indirizzo e coordinamento diversi da chi gestisce direttamente le controllate. In appello la decisione cambia: Moretti viene considerato amministratore di fatto “a tutti i livelli”.
In Cassazione si parla non solo di omissione, ma di “condotta commissiva”, «cioè l’idea che dal vertice fosse discesa una scelta aziendale capace di produrre l’inosservanza della regola cautelare. Il problema – incalza il Comitato – è tutto qui. Se si dimostra che il vertice ha imposto, anche indirettamente, una politica di risparmio incompatibile con la sicurezza, la responsabilità può salire. Se invece si presume che il vertice debba comunque rispondere perché il vertice “non poteva non sapere”, si cambia piano. Si passa dalla responsabilità penale alla responsabilità simbolica».
La questione viene definita come di “architettura del diritto societario”.
«Le imprese complesse – spiegano ancora al Comitato Mario Pagano – non sono più organizzate come il vecchio padrone delle ferriere. Hanno deleghe, controlli, funzioni tecniche, compliance, modelli 231, organismi di vigilanza, linee operative, società controllate, centri autonomi di responsabilità. Questo non serve a schermare il capo. Serve, al contrario, a capire chi doveva fare che cosa».
Nella relazione di Assonime viene spiegato che negli ultimi vent’anni diritto societario e organizzazione dell’impresa sono stati costruiti strumenti per individuare con più precisione i livelli di responsabilità. Ad esempio, il “sistema 231”, che nasce per evitare sia l’impunità dell’ente sia la scorciatoia del capro espiatorio. Se funziona, consente di ricostruire flussi decisionali, procedure, omissioni, controlli mancati. Se viene aggirato da una presunzione generale di colpa del vertice, smette di essere uno strumento di precisione e diventa un fondale.
Il passaggio più importante citato da Assonime è quello che riguarda gli apicali: “Non è ipotizzabile un controllo preventivo” su ogni atto dell’organizzazione. Questo «non significa – prosegue la nota del Comitato – che gli amministratori siano irresponsabili. Significa che la responsabilità va ancorata a poteri effettivi, decisioni conoscibili, segnali ignorati, procedure violate, direttive impartite. Il capo risponde se ha governato male il rischio. Non risponde automaticamente perché qualcosa, dentro un sistema enorme, è finito male».
Resta una la domanda sul caso Viareggio: come si accerta la colpa in una grande organizzazione?
«L’ing. Moretti – risponde Stefano Firpo, direttore di Assonime – entra in carcere da non colpevole. I responsabili della grave strage di Viareggio, causata dalla rottura di un assile di un carro merci, sono stati condannati da tempo. La responsabilità di Moretti è frutto di un’alchimia giuridica che ha voluto condurre al ‘pesce grosso’, creando una ferita all’ordinamento giuridico e all’uomo».





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