
L’Italia non ha applicato nessuna delle tutele recenti introdotte dall’Unione europea, tanto per cominciare non ha recepito la direttiva che protegge dalle querele temerarie, scaduta lo scorso 7 maggio. Siamo, per questo ed altro, nella fascia di rischio medio-alto (51%), al 15esimo posto sui 27 Paesi europei considerati, contro una media Ue che si attesta al 49%. Ci troviamo allo stesso livello di Repubblica Ceca, Polonia, Croazia, ma stiamo pur sempre un po’ meglio di Spagna, Grecia e Bulgaria e ben lontani da Ungheria, Malta e Cipro, che occupano il fondo della classifica.
I dati sono quelli forniti dal recentissimo Media Pluralism Monitor 2026 realizzato dal Centro per il pluralismo dei media e la libertà di stampa (CMPF). Si tratta della valutazione più completa a livello europeo sui rischi per il pluralismo dei media e la libertà di stampa. Nel suo complesso, il rapporto mostra che le condizioni di lavoro dei giornalisti, in termini di stipendi e regimi di sicurezza sociale, stanno peggiorando. La situazione è particolarmente preoccupante in un paese su tre in Europa.
I risultati di quest’anno dimostrano come modelli di business deboli, le grandi aziende tecnologiche, la mancanza di protezione contro le pratiche di intimidazione legale e la concentrazione del mercato stiano mettendo a dura prova la solidità del pluralismo dei media in Europa, nonostante l’entrata in vigore dell’European Media Freedom Act (EMFA).
Tornando all’Italia, il rapporto parla di un «clima intimidatorio che favorisce l’autocensura» con cause da ricercare nell’abuso di querele temerarie (SLAPP), ma anche nella precarietà contrattuale, senza contare la sorveglianza tramite spyware contro giornalisti d’inchiesta, come dimostrato dallo scandalo Paragon.
La domanda allora è: la colpa è solo di chi intimidisce i giornalisti con querele temerarie, o anche di chi dà loro ragione?
«La conclusione degli autori del rapporto è sconvolgente», ha commentato intanto la presidente dell’EFJ, Maja Sever. «Né l’Unione Europea, né i governi nazionali, né l’industria dei media stanno adottando le misure necessarie per tutelare i lavoratori dei media, che troppo spesso si trovano praticamente impossibilitati a svolgere il proprio ruolo, ovvero continuare a garantire ai cittadini il diritto all’informazione. Questo disinteresse per la condizione lavorativa dei giornalisti equivale anche a negare il diritto fondamentale dei cittadini all’accesso all’informazione. È ora di porre fine a questa inerzia. È ora di prendere sul serio il pericoloso deterioramento delle nostre condizioni di lavoro e la minaccia che questo rappresenta per la democrazia».





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