
Sta facendo il giro del mondo l’immagine di Papa Robert Prévost che si arrampica sugli scogli di Lampedusa, oltrepassando la Porta dell’Europa, per rendere la sua preghiera ancor più vicina alle migliaia di migranti che con i loro viaggi della speranza hanno trasformato quelle acque in un “cimitero liquido”. Scene forti, che noi non dimenticheremo e che – lo speriamo – toccano il cuore dell’umanità intera. Era esattamente ciò che Papa Leone XIV voleva indicare con il suo gesto: uno sguardo lungo del mondo occidentale verso i fratelli che, sull’altra sponda del Mediterraneo, cercano di arrivare ne nostro continente, nelle nostre nazioni, alla ricerca di salvezza, pace e lavoro.
«Quello che il Papa ha volto lanciare ieri – ha detto don Giulio Albanese, missionario comboniano nominato da Papa Francesco membro del Consiglio della Sezione per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali della Segreteria di Stato – è un messaggio politico forte, forse il più potente finora del suo pontificato. I morti in mare sono vittime di decisioni mancate ed oggi l’Europa ha una responsabilità epocale.
Celebrando la Messa nel Campo sportivo “Arena”, il Papa ha ringraziato le istituzioni civili, sociali ed ecclesiali per l’opera di accoglienza compiuta in questi anni , definite «il miracolo della compassione». «Il Vangelo – ha detto – risuona dove i popoli si incontrano, le persone si accolgono, le loro vicende si intrecciano, le diverse culture si pongono in dialogo». Ma «diventa muto dove ognuno fa di sé stesso un’isola, dove il contatto è evitato, lo scambio è interrotto».
«Qui – dice Leone XIV citando la parabola del Buon Samaritano – avete visto non solo uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che portano loro via tutto, li percuotono a sangue e se ne vanno, lasciandoli mezzi morti. Il mare ha accolto gli altri, quelli che non ce l’hanno fatta a giungere dove speravano». E oggi avvertiamo «la loro presenza, che interpella la coscienza di tutti e, prima di qualunque considerazione intellettuale e convinzione ideologica, chiama alla prossimità». L’appello del pontefice è lanciato quindi al Vecchio continente, perché scelga la pace e non la logica della forza. Raccomanda di abbattere i muri: quelli dati dall’appartenenza religiosa, o tra migranti e turisti.
L’Africa, uno dei territori più antichi del pianeta e per questo ricchissimo di risorse, continua ad essere depredato, impoverito, affamato. Da anni come Fondazione Salvemini abbiamo proposto, anche attraverso interlocutori internazionali, operazioni concrete che forniscano a questi popoli risorse economiche, competenze e soprattutto dignità, affinché non siano costretti ad abbandonare le loro terre. Il sogno era e resta quello di “unire” le due sponde del Mediterraneo come stava avvenendo con la Primavera Araba, altro processo di pacificazione bruscamente interrotto dalle armi e dalla connivenza con i potentati locali. Il Piano Mattei del governo italiano è già un primo, significativo passo in questa direzione. Ma niente potrà far spirare il cento in direzione ostinata e contraria più delle parole, più del gesto di Papa Prévost , del suo arrampicarsi sugli scogli e di quella papalina bianca che vola verso il mare, quel mare di Dio, quel mare che ci separa dall’Africa e, al tempo stesso, ci unisce ad essa.
RENATO D’ANDRIA





Rispondi