John Authers, redattore senior per i mercati finanziari e editorialista di Bloomberg Opinion, ha appena pubblicato sul quotidiano nipponico The Japan Times, un articolo in cui analizza i motivi del successo che stanno avendo nelle primarie americane i DSA, Democratic Socialists of America.

L’autore ricorda in primo luogo l’articolo II della costituzione dei DSA, che così recita: «Rifiutiamo un ordine economico basato sul profitto privato, sul lavoro alienato, sulle enormi disuguaglianze di ricchezza e potere, sulla discriminazione basata su razza, identità di genere, orientamento sessuale, disabilità, età, religione, origine nazionale, nonché sulla brutalità e la violenza a difesa dello status quo. Siamo socialisti perché condividiamo una visione di un ordine sociale umano basato sul controllo popolare delle risorse e della produzione, sulla pianificazione economica, sull’equa distribuzione, sul femminismo, sull’uguaglianza razziale e su relazioni non oppressive».

Si tratta – osserva Authers – di un programma più radicale di qualsiasi cosa i governi socialisti del mondo democratico abbiano mai attuato. Ma c’è di più perché, come si ricorda nel saggio – il DSA ha recentemente presentato una nuova piattaforma, “I lavoratori meritano di meglio”, «che sconfina nell’utopismo più sfrenato e propone l’abrogazione di fatto della Costituzione degli Stati Uniti». La proposta è ad esempio quella di “sostituire il sistema bipartitico con una democrazia multipartitica. Ampliare la Camera dei Rappresentanti, introdurre la rappresentanza proporzionale e il voto a scelta preferenziale in tutte le elezioni e abolire il Senato. Abolire il Collegio Elettorale. Sostituire il Presidente e la Corte Suprema con un potere esecutivo e giudiziario scelti dal Congresso e a esso subordinati”.

«Il DSA – taglia corto Authers – si è caricato di fantasie irrealizzabili, fino a meritare una certa dose di scherno. Il commentatore conservatore George Will, ad esempio, che è anche un critico incisivo del trumpismo, liquida il DSA come “divertente e irriverente, ma improbabile che possa rifondare l’America da capo”».

Tuttavia la crescita nei consensi sembra quasi inarrestabile. «Il capitalismo è sempre meno popolare e gli stessi Repubblicani hanno intrapreso passi decisivi in ​​sua contrapposizione (…) Se le persone sono stanche del capitalismo, è logico prendere in considerazione il socialismo. I sondaggi suggeriscono che le componenti assistenzialiste e redistributive del programma di sinistra – non molto diverse da quelle di Roosevelt e Truman – riscuotono successo. La nazionalizzazione dei settori strategici dell’economia, invece, non lo fa».

Dai sondaggi continua ad emergere una richiesta latente di cambiamento, derivante dalla disuguaglianza e dalla richiesta di sussidi statali. «Il movimento MAGA – prosegue l’autore – ha vinto promettendo di rispondere a quella richiesta di cambiamento. Se si percepisse un suo fallimento nel mantenere le promesse, ci sono tutte le ragioni per pensare che i politici che si definiscono socialisti potrebbero salire al potere e intraprendere un percorso di maggiore redistribuzione e tasse più elevate, sul modello europeo, ma senza smantellare completamente il capitalismo azionario».

Renato d’Andria

« Condivido la drastica conclusione di John Authers – osserva Renato d’Andria – secondo cui chi desidera la sopravvivenza del capitalismo potrebbe concentrarsi sugli elementi più assurdi del programma dei DSA e prepararsi a un vero dibattito su cosa ci sarebbe di sbagliato in tasse redistributive più severe che obbligassero i super ricchi a pagare molto di più». «Il programma dei DSA – aggiunge d’Andria alla luce di ciò che sta accadendo negli States – è assolutamente fuori del tempo, poteva essere ipotizzato nel secolo scorso ma oggi, con la bufera dei conflitti internazionali da affrontare, occorrono politiche rigorose, capaci di guardare oltre le ideologie, per rispondere ai bisogni reali dei cittadini».

«Da autentico socialdemocratico quale sono da sempre – conclude il presidente della Fondazione Salvemini – dico che sarebbe un grosso problema anche per l’Europa se il voto il protesta negli Stati Uniti dovesse continuare a crescere».

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