
In poche battute, incisivo come sempre, il direttore del Foglio Claudio Cerasa definisce oggi il disastro dell’Ilva di Taranto la “autobiografia della nazione”, ovvero, «come l’ambientalismo ideologico supportato da una magistratura senza briglie, un sindacato miope e una politica inadeguata ha reso possibile il collasso dell’acciaieria più importante d’Europa».
Il momento è fra i più delicati. In queste ore, infatti, si attende la decisione della Corte d’Appello civile di Milano che si è riservata di decidere sull’istanza, presentata da Acciaierie d’Italia e Ilva in Amministrazione Straordinaria, di sospendere in via d’urgenza l’esecutività del decreto con cui, lo scorso luglio, i giudici di secondo grado milanesi, confermando in sostanza una decisione di primo grado, hanno disposto il blocco delle attività dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico tarantino, da mettere in atto entro il 28 ottobre.
Lo stop che, qualora confermato, provocherebbe conseguenze irreversibili, è l’ultimo atto in ordine di tempo della vertenza legale cui è ancora appeso il futuro di circa 20mila lavoratori, scaturita dalla denunzia presentata cinque anni fa da 11 cittadini di Taranto. Dal 16 settembre, hanno spiegato i legali dell’impresa, se si spegnerà il bottone delle attività dell’area a caldo, non si potrà più tornare indietro. Lo ha confermato anche l’avvocato Ascanio Ameduni, che difende in giudizio gli 11 cittadini.
Se la decisione dello stop dovesse essere confermata dalla magistratura, Taranto diventerebbe capitale europea della cassa integrazione. Il governo non avrebbe infatti alternative per traghettare gli esuberi in attesa di novità, sia sul fronte della vendita, sia su quello dei progetti alternativi per il ricollocamento. E proprio a Roma si susseguono i tavoli per salvare quanto più possibile l’azienda e i posti di lavoro. Su tutto, spicca la scelta di entrare nella eventuale newco come garante, seguendo il piano industriale, per poi uscire dall’azionariato in tempi sicuri e con il privato che ha portato a termine il piano promesso.
Nel frattempo arrivano i primi risultati dei tavoli a Palazzo Chigi per evitare il tracollo definitivo. Ieri le associazioni maggiormente rappresentative delle aziende coinvolte hanno accolto l’appello del governo, decidendo di congelare le procedure di licenziamenti collettivi avviate dalle imprese la scorsa settimana. Per le associazioni dell’indotto del siderurgico la decisione di interrompere le procedure di licenziamento è stato “un senso di responsabilità”, a fronte soprattutto delle garanzie di continuità produttiva fornite dal governo.





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