
«Chi porrà in serio rischio le sorti economiche dell’Europa non sarà la Russia, sarà la Cina». Oltre vent’anni fa Silvio Berlusconi metteva in guardia dal pericolo dell’avanzata cinese con una lungimiranza che, alla luce dei fatti di oggi, può essere considerata straordinaria. La stessa lungimiranza che finora è mancata a chi l’Unione Europea l’ha guidata e lo fa tuttora, conducendola dritta dritta nella bocca del dragone.
Riepiloghiamo. Sette anni fa nasceva il Green Deal europeo, presentato dalla Commissione von der Leyen come strategia vincente per rendere l’UE climaticamente sostenibile entro il 2050. Nel 2023 è stato approvato il “Ban termico” con l’obiettivo di indirizzare il mercato verso vetture a zero emissioni di CO2 allo scarico. A seguito dell’entrata in vigore di queste norme, i costruttori europei hanno investito circa 250 miliardi di euro, soprattutto nell’elettrificazione, dovendo contemporaneamente rispettare obiettivi sempre più severi sulle emissioni medie di CO2 delle auto vendute nell’UE.
Ma il 4 settembre scorso, quando Volkswagen ha annunciato il taglio di ulteriori 50mila posti di lavoro, la realtà nuda e cruda del Green Deal è venuta a galla: i numeri dicono che, solo tra il 2024 e il 2025, la filiera automobilistica dell’Unione Europea ha già perso oltre 100.000 occupati. E i riflessi politici rischiano di travolgere tutta l’economia europea. Secondo recenti rilevazioni, è stata proprio la crisi dell’auto in Germania il fattore principale per il successo di AfD nelle elezioni regionali del 6 settembre in Sassonia-Anhalt. Alternative für Deutschland avrebbe raccolto anche il voto del 61% degli operai tedeschi, intercettando il malcontento verso il declino industriale del Paese.
Di tutto questo sta beneficiando a piene mani l’industria cinese. Con una domanda interna in rallentamento, i colossi cinesi dell’automotive, BYD in testa, puntano sui mercati stranieri, dall’Europa al Brasile, a tutto discapito della produzione europea: non solo Volkswagen, ma anche Stellantis, Renault, Mercedes e molti altri. A ciò si aggiunge il controllo esercitato dalla Cina su una parte rilevante della filiera di batterie, celle e componenti, oltre a un know-how industriale sviluppato attraverso volumi produttivi enormi.
Pochi giorni fa Federico Rampini, inviato al Forum di Cernobbio, ha pubblicato un post in cui riportava l’intervento di un’ex funzionaria dell’amministrazione Usa. Facendo un giro per la bella cittadina lacustre, la donna aveva notato la massiccia presenza per le strade di auto cinesi, in particolare BYD. E questo era stato il suo commento: «Ma voi europei vi rendete conto di quello che fate? Siete impazziti ad aprire il vostro mercato alle auto cinesi? Non capite che stanno distruggendo la vostra industria automobilistica e lo fanno con una concorrenza sleale a base di aiuti di Stato, sussidi, credito agevolato, protezionismi, spionaggio industriale, una concorrenza sostanzialmente sleale e distruttiva?».
La mazzata finale al Green Deal l’hanno impressa i conflitti, prima quello tra Russia e Ucraina, con lo stop alle forniture di gas dalla Russia, poi l’Iran con la chiusura di Hormuz. Il risultato è che nel settembre del 2026 il gas europeo è balzato a 75 euro/MWh, più del doppio rispetto a un anno prima, mentre il Brent si è avvicinato ai 100 dollari al barile.
Sarebbe ora di voltare pagina, per Bruxelles è il momento delle decisioni: va bene la transizione energetica, ma la linea seguita finora è sbagliata e fuori tempo. Il comparto automotive in Europa finora ha dato lavoro a 13 milioni di persone. Quante altre migliaia d occupati la Commissione europea è disposta a perdere?
Renato d’Andria





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