
Il rincaro alle stelle dei prezzi al consumo, dovuti allo smisurato aumento dei carburanti per la chiusura di Hormuz, sta mandando in fiamme alcune capitali europee. Solo ieri circa 170 dimostrazioni si sono svolte in tutta la Francia, dove il prezzo alla pompa è di 2,219 euro a litro per la benzina. Il Ministero dell’Interno francese stima che circa 206.000 persone siano scese in piazza. Per i sindacati erano circa 300.000. Insegnanti, vigili del fuoco, personale ospedaliero, lavoratori delle istituzioni locali, dipendenti del settore pubblico: tutti in strada per il calo del potere d’acquisto, gli stipendi congelati, il deterioramento delle condizioni di lavoro, la pressione sui servizi pubblici.
Prima che accada anche in Italia, il governo sta cercando di mettere a punto alcune misure per fronteggiare la crisi. Dopo la “moral suasion” con cui le principali imprese petrolifere hanno abbassato di qualche punto il costo dei carburanti in Italia, la premier Giorgia Meloni affronta ora di petto la partita con l’Europa.
A cominciare dai temi della flessibilità in campo energetico. «Intendo attivarmi nuovamente nei confronti della Commissione – ha annunciato meloni ieri in collegamento durante l’evento annuale del quotidiano Il Gazzettino – scrivendo al presidente von der Leyen perché la questione venga trattata nella riunione Ecofin che si terrà la prossima settimana a Lussemburgo e poi ovviamente al prossimo Consiglio Europeo che è fra due settimane». «Noi crediamo – spiega – che a fronte di una crescita inflazionistica dovuta al caro energia a livello globale, sia necessario riconoscere agli Stati membri una flessibilità aggiuntiva per sostenere famiglie e imprese».
Sotto accusa finiscono ancora una volta le politiche sulle emissioni imposte da Bruxelles, i cosiddetti ETS, che stanno fortemente penalizzando la produttività industriale, ancor prima della crisi energetica. «Penso – ha infatti aggiunto la premier – alla vicenda annosa che riguarda molte imprese e che il governo italiano porta avanti da molto tempo, gli ETS. In Europa si continua a non percepire l’urgenza, ma abbiamo un sistema dello scambio delle quote di emissione che ha bisogno di essere rivisto profondamente». Perché questo noi «non ce lo possiamo permettere in una fase particolare come quella nella quale stiamo vivendo – ha aggiunto – non possiamo continuare a gravare con una extra tassazione ambientale sulle nostre imprese manifatturiere, danneggiandole ulteriormente nella loro capacità di competere in un mercato globale, nel quale i nostri principali concorrenti non sono sottoposti allo stesso livello di costo del carbonio e agli stessi vincoli. E non capirlo significa banalmente condannare l’Europa alla deindustrializzazione, che è una scelta alla quale io personalmente non mi arrendo».





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