
Le notizie di oggi dal Policlinico Gemelli dicono che sono stabili le condizioni di Vittorio Sgarbi, in terapia intensiva da alcuni giorni. Ma perché si è arrivati a questo punto? Dobbiamo ringraziare Ermes Antonucci, rigoroso cronista del Foglio, per aver ricostruito la gogna mediatica che ha condotto il grande critico d’arte al decadimento fisico inarrestabile, fino all’attuale ricovero.
Mentre noi dell’Umanità esprimiamo a Sgarbi auguri veri di rimettersi in salute, il tritacarne mediatico in cui è stata maciullata la sua immagine, articolo dopo articolo, ci dice molte cose su un certo tipo di giornalismo italiano, compreso quello di Report e del suo ex conduttore Sigfrido Ranucci. Riportiamo allora, per sintetici step, la ricostruzione fatta da Antonucci della via crucis mediatica di Vittorio Sgarbi.
Gli anni della sua caduta, quelli in cui il brillante polemista, appassionato, affamato di arte e cultura, ha cominciato lentamente a spegnersi, coincidono con quelli in cui Sgarbi ha subito un massacro mediatico quotidiano. «Le consulenze indebite da sottosegretario alla Cultura, il finto quadro di Manetti, l’evasione fiscale sull’acquisto di un’opera: a costruire queste accuse, attivando l’azione della magistratura, è stata una joint venture della gogna composta da Report e Il Fatto, spalleggiata da quotidiani e siti antimeloniani e alimentata sul piano politico dalla consueta raffica di interrogazioni parlamentari», scrive Antonucci.
Si parte dal 24 ottobre 2023, quando Il Fatto «apre la sua prima pagina con un articolo firmato da Thomas Mackinson (lo stesso che poi scriverà l’inchiesta fuffa sulla grazia data a Nicole Minetti): “Sgarbi, cachet d’oro in barba alla legge: 300 mila euro in 9 mesi”».
Non passano nemmeno 24 ore e sul quotidiano diretto da Travaglio Mackinson lancia un’altra notizia: “Sgarbi indagato a Roma: deve 715 mila euro al fisco”. Avrebbe fatto comprare un’opera di Zecchin dalla compagna per sottrarla ai pignoramenti dell’Erario. A dicembre 2023 Mackinson pubblica un’inchiesta, realizzata con Report, in cui «si accusa Sgarbi di aver esposto in una mostra un dipinto rubato dieci anni prima e attribuito all’artista senese Rutilio Manetti, dal titolo “La cattura di San Pietro”. Per nascondere la provenienza delittuosa, Sgarbi avrebbe fatto ritoccare il dipinto a un pittore».
Da qui in poi il bombardamento diventa quotidiano. «In 95 giorni Il Fatto pubblica 82 articoli contro Sgarbi, alcuni con titoli infamanti (“Sgarbi vessa gli autisti e carica quadri nel bagagliaio”, “Sgarbi, buste di contanti e centro d’affari al ministero”, “Sgarbi mercante d’arte: debuttò nel ’76 ingannando una contessa”)». All’unisono, Report dedica alla vicenda ben quattro servizi. «In una puntata – ricostruisce Antonucci – Sigfrido Ranucci dice che i “tasselli” ricostruiti dal suo programma “sono pesanti quasi come la Cassazione”. Sull’onda di questo martellamento, la procura di Macerata apre un’indagine ai danni di Sgarbi per autoriciclaggio di beni culturali». Fino a quando, il 2 febbraio 2024, Sgarbi è costretto a dimettersi da sottosegretario alla Cultura.
Cosa c’era di vero in quelle inchieste? Nulla. «Sul piano giudiziario si sono dimostrate inconsistenti. Sgarbi – spiega Antonucci – è stato assolto dall’accusa di evasione fiscale per il dipinto di Zecchin, poi dall’accusa di riciclaggio per il quadro di Manetti, infine dall’accusa di danno erariale per le prestazioni svolte quando era sottosegretario».
«Nel frattempo però – questa l’amara conclusione – il buio è sceso dentro la sua anima. La libertà di inchiesta, scambiata per libertà di linciaggio, ha triturato un uomo nel corpo e nella mente».





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