La recente, possibile apertura dei liberaldemocratici di Luigi Marattin alle posizioni di Forza Italia e quindi la possibile adesione al centrodestra sta aprendo un dibattito tra le forze politiche dell’uno e dell’altro schieramento. Una dialettica sana, capace di mettere in luce le vere sfide che il Paese è chiamato ad affrontare, emergenze comprese.

Riceviamo da Umberto Costi, presidente della Fondazione Giuseppe Saragat e segretario di SD, un intervento sulle posizioni assunte da Marattin.

Ci sembra utile estrarne i punti principali per mettere le sue analisi a confronto con le posizioni di Renato d’Andria, a lungo segretario nazionale del PSDI, presidente della Fondazione Gaetano Salvemini, nonché direttore di questo giornale.

Un dialogo a distanza, fra due storici esponenti della Socialdemocrazia in Italia, in grado di mostrare la complessità del momento politico attuale, nel nostro Paese e in Europa.

Umberto Costi

COSTI – “A sinistra non c’è spazio per i liberali”, dice Marattin. È vero, ma vale anche il contrario: tra i liberali non c’è spazio per la sinistra. Solo che non si tratta di cercarsi un posto in casa d’altri. Culture diverse, ciascuna orgogliosa della propria identità, possono allearsi e governare insieme, trovando punti di contatto e di mediazione. Benedetto Croce scriveva che «ogni vera storia è storia contemporanea», Il centrismo di De Gasperi, quando i socialdemocratici di Saragat sedevano al governo accanto ai liberali, e il pentapartito, con socialisti e liberali nella stessa maggioranza ne sono una dimostrazione. In Germania i liberali della FDP hanno governato a lungo con i democristiani, da Adenauer a Kohl fino alla Merkel, e con i socialdemocratici nella stagione di Brandt e di Schmidt e poi con Scholz. Quando invece i liberali si sono appoggiati alla destra populista, all’Aia come in Turingia, ne sono usciti travolti. Per questo stupisce un poco che un liberale come Marattin apra a uno schieramento così confusionario come il centrodestra, che sforna provvedimenti in chiara contraddizione con l’ideale liberale al quale l’on. Marattin fa riferimento. E stupisce tanto più se si pensa che proprio lui, nel suo libro La missione possibile, ha denunciato con lucidità il “bipopulismo” che attraversa entrambi gli schieramenti.

Renato d’Andria

D’ANDRIA – Fare riferimento alla storia politica del Paese e dei principali Stati europei è indubbiamente un valido esercizio di memoria, ma dubito che possa offrire risposte concrete alle emergenze che l’Italia si trova a dover affrontare, cominciando dalle rivolte violente dei maranza fino ai blocchi imposti dagli autotrasportatori. Servono provvedimenti efficaci, coraggiosi, serve unità di tutte le forze politiche sane, a prescindere dagli schieramenti. Anche per questo, giudico equilibrata la posizione assunta da Marattin verso Forza Italia, l’ala moderata del governo, ed auspico che serva da esempio anche ad altri “cespugli”, finora ondivaghi.

COSTI – Sul campo largo, invece, siamo d’accordo (con Marattin, ndr): lo spettacolo mi ricorda un mercato generale alle prime ore del mattino, quando grossisti e venditori al dettaglio contrattano i prezzi a voce altissima. Il problema, a sinistra, sono le alleanze innaturali che il Partito Democratico ha intrapreso, controvento, con forze populiste le cui posizioni finiscono per rendere improbabile una seria e credibile alternativa di governo.  Basti pensare all’Ucraina, dove l’idea di pace evocata da Conte ha più il sapore di una captatio benevolentiae che di una proposta politica. Lascia perplessi sentirgli dire che, se fosse lui il premier, telefonerebbe a Putin decine di volte al giorno per convincerlo a sedersi al tavolo della trattativa!

D’ANDRIA – L’analisi sull’attuale composizione del cosiddetto campo largo mi trova d’accordo. Un tema scottante e divisivo come la situazione in Ucraina non può essere affrontato da uno schieramento che al suo interno vede fronteggiarsi posizioni praticamente opposte. E questo l’elettorato sembra averlo già capito.

COSTI – Non ci convince per nulla la simpatia di Marattin per l’afuera di Milei. Anche noi siamo per tagliare la spesa pubblica inutile, e non abbiamo difficoltà ad ammettere che in passato la spesa è servita, e serve ancora, a costruire consenso elettorale più che crescita. Ma l’Italia non è l’Argentina. Un Paese che invecchia, con un Mezzogiorno fragile, dove famiglie e piccole imprese reggono il tessuto sociale, non si cura con la motosega.

D’ANDRIA – Preservare il welfare, sostenere i ceti più deboli della popolazione, restano principi irrinunciabili. Ma qui da noi non si tratta di imitare la “motosega” del presidente argentino Milei, si tratta di avere lo stesso coraggio nel far quadrare i conti pubblici, proprio per non dover poi tagliare spese essenziali. Ricordo solo che nel 2023, quando si è insediato il governo Milei, in Argentina l’inflazione annua superava il 200%, oggi è scesa al 30% annuo circa. E questo è un indubbio vantaggio, specie per le classi sociali più fragili.

COSTI – Restare fuori dai poli è una scelta coraggiosa: il nostro cuore batte a sinistra, in una sinistra democratica, ispirata ai valori del socialismo democratico e delle grandi socialdemocrazie del Nord Europa, che hanno governato tante volte con i democristiani e con i liberali senza smarrire se stesse.

D’ANDRIA – Le “grandi socialdemocrazie europee”, quella svedese, quella tedesca, per esempio, cui per decenni ci siamo ispirati, da tempo hanno smarrito la loro identità. Abbiamo documentato su questo giornale come l’apertura indiscriminata all’immigrazione clandestina, senza controlli, si sia rivelata un utile escamotage per ottenere voti alle sinistre di tradizione socialdemocratica da queste masse, ma tutto discapito dei cittadini che in Svezia, o in Germania, ci sono nati, ed ora vedono pesantemente minacciata la propria identità, la loro stessa esistenza. Non è questo il modello da seguire, occorrono regole nuove, fermezza contro ogni forma di violenza, tutela delle regole di convivenza civile e democratica.

In conclusione di questo “dialogo a distanza”, Umberto Costi ricorda il confronto avviato dalla Fondazione Saragat lo scorso 16 settembre nell’Aula Matteotti del Senato con i rappresentanti delle diverse forze politiche, fra cui lo stesso Marattin, ed auspica che questo genere di iniziative possano «andare avanti, purché le eventuali alleanze nascano da progetti condivisi e non dalla rinuncia alla propria identità».

Qui allka redazione dell’Umanità siamo perfettamente d’accordo e la dimostrazione sta proprio in questo primo “botta e riposta”, cui ci auguriamo possano seguirne altri, altrettanto proficui.

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