
Mentre in Italia Matteo Salvini annuncia che intraprenderà la difficile battaglia in Consiglio dei Ministri per bloccare nuovi esborsi milionari del nostro Paese all’Ucraina, anche l’Unione Europea sta vivendo accesi contrasti per il reperimento dei circa 70 miliardi da inviare a Kiev.
«La guerra costerà 155 miliardi di euro il prossimo anno. E abbiamo bisogno di almeno altri 70 miliardi da voi: per la difesa, per le armi e per la nostra resilienza. È una cifra realistica. Vi chiedo di trovare questo sostegno. Ci aiuterà a fermare la Russia». Questa la dichiarazione di Zelensky aal Consiglio Europeo di pochi giorni fa, che ha scatenato i conflitti interni sul reperimento dei fondi. Secondo il presidente ucraino, questa nuova iniezione di denaro aiuterà il suo Paese ad aumentare la produzione interna dei droni avanzati per fermare i progressi della Russia sul campo di battaglia, colpire le sue catene di approvvigionamento e indebolire il suo apparato bellico.
Sulla questione pesano quest’anno, a differenza delle precedenti annualità, i rincari alle stelle che stanno mettendo in ginocchio i ceti medi delle grandi nazioni, Francia e Germania in prima fila, dopo le speculazioni sul greggio dovute alla chiusura dello Stretto di Hormuz.
Sostanzialmente la battaglia sul prossimo Bilancio settennale dell’Unione va ad intrecciarsi con quella per garantire all’Ucraina i fondi necessari a sostenere la guerra contro la Russia. Due negoziati formalmente distinti, ma sempre più legati sul piano politico e finanziario, che Bruxelles vorrebbe chiudere entro la fine dell’anno, per evitare che alle presidenziali francesi la vittoria vada – come prevedono i sondaggi – al partito di Marine Le Pen.
La questione si è fatta più spinosa, come dicevamo, dopo che il vertice europeo di ottobre ha confermato le dimensioni del deficit ucraino per il 2027, pari a ben 70 miliardi di euro. A quel punto i leader hanno chiesto alla Commissione di individuare le opzioni per coprire il fabbisogno e, fra le ipotesi considerate, il ricorso al debito comune europeo appare una delle soluzioni più praticabili. Dalle prime ipotesi, pare che l’Ue stia pensando di coprire circa due terzi della somma, pari a 46 miliardi di euro, mentre la parte restante sarebbe affidata ad altri alleati, tra cui Regno Unito, Canada, Norvegia e Giappone.
Da qui l’intreccio del reperimento dei fondi per Kiev con le trattative sul bilancio settennale, che oppone i cosiddetti Frugals, o Sensible Six, il gruppo dei Paesi che chiedono maggiore disciplina nella spesa europea, ai Friends of Cohesion, favorevoli a mantenere finanziamenti più consistenti per le politiche di coesione.
I primi, tra cui figurano importanti contributori netti al bilancio europeo, spingono per tagli estesi a diversi capitoli di spesa. I secondi difendono invece stanziamenti più elevati, in particolare per le politiche che sostengono lo sviluppo delle regioni meno prospere.
Si profila, su tutto, la figura di Marine Le Pen la quale ha dichiarato che, in caso di vittoria, limiterà il contributo francese al bilancio europeo a 5 miliardi di euro l’anno. La leader dell’estrema destra ha inoltre definito uno «scandalo democratico» raggiungere un accordo sui finanziamenti all’Ucraina prima del voto francese.





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