
L’esplosiva situazione a livello internazionale sta facendo crescere l’allarme per ciò che potrebbe accadere il 4 novembre, quando saranno concluse negli Stati Uniti le elezioni di martedì prossimo, 3 novembre. Ieri gli avvertimenti del presidente americano, che ha invitato i paesi del Golfo a prepararsi in vista di un imminente attacco. Poi poche ore fa, dopo un colloquio telefonico con Netanyahu, Trump sembra invece prendere tempo: «Teheran vuole arrivare a un accordo, vedremo di cosa si tratterà. Non abbiamo fretta». Ma intanto la Guida Suprema dell’Iran, Khamenei, mette in guardia gli Usa dal riprendere gli attacchi e dà ordine per una risposta immediata e senza restrizioni geografiche a qualsiasi minaccia nemica.
La polveriera Teheran potrebbe esplodere e nel mondo ci si sta ancora domandando cosa abbia spinto Israele ad impegnarsi in un conflitto così potenzialmente devastante per le sorti dell’intero pianeta, proprio mentre a Tel Aviv manca ancora una maggioranza chiara di governo e si moltiplicano nelle capitali europee le devastazioni ad opera dei Pro Pal. E’ uno scenario confuso, oltre che preoccupante, del quale stiamo tutti pagando il prezzo, con il brent volato nelle ultime ore alla stratosferica cifra di 117,64 dollari al barile.
Credo sia utile, comunque la si pensi, ricordare la grande lezione impartita al mondo intero da un profeta quale è stato Marco Pannella, di cui ho avuto l’onore di essere amico e, in qualche misura, orgogliosamente discepolo. Nel 1986 Marco insieme al Premio Nobel Elie Wiesel volò a Gerusalemme per perorare la causa degli ebrei sovietici, rinchiusi nei Gulag.

Quell’anno Pannella convocò una manifestazione a Roma di fronte all’ambasciata sovietica di Via Gaeta per protestare contro la repressione degli “ebrei del silenzio” e in seguito Naor Gilon, ambasciatore d’Israele a Roma, lo ringraziò «per l’amicizia con Israele anche quando era difficile e voi radicali eravate isolati per questo». Nel 1988, al tempo della prima Intifada, Pannella convocò un consiglio generale dei radicali a Gerusalemme. Vi tornò al tempo della seconda Intifada, in segno di solidarietà con Israele.
Come ha ricordato sul Foglio Giulio Meotti, «in un’Italia e in un’Europa pilatesca, che si lavava le mani sulla sorte degli ebrei oppure li demonizzava, lui scelse di diventare il portabandiera delle ragioni di Israele. Per questo Pannella manifestava affinché gli fosse riconosciuta la sua vera nazionalità: quella israeliana».
Credo che sia opportuno meditare sulla sua posizione, se si intende comprendere fino in fondo anche le ragioni di questo popolo.
Renato d’Andria





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