Pubblichiamo a puntate l’interessante saggio inviatoci da Federico Guastalla, che ne è l’autore, tratto dagli atti del Convegno di Studi “Karl Marx a 200 Anni dalla nascita”, tenutosi a Ragusa, Auditorium Centro Studi Feliciano Rossitto, il 10-11-12 maggio 2018

Estraneo al bolscevismo considerato terreno fertile per il fascismo, Saragat ha cominciato a teorizzare il suo pensiero muovendo dall’influsso di Rodolfo Mondolfo1, dagli scritti di Antonio Labriola che aveva un concetto troppo alto della libertà2, nonché dalla lezione sulla “Rivoluzione liberale” dell’amico Piero Gobetti, al quale, a Torino, fu molto vicino, malgrado le loro idee non avessero molti punti d’incontro.

Nel 1892 c’era stata la formazione del Partito Socialista che aveva contribuito alla diffusione dei testi di Marx e di Engels; in quegli stessi anni, attraversati da forti tensioni sociali, Benedetto Croce, sotto la spinta del suo maestro Antonio Labriola, cercava di definire la sua posizione all’interno del dibattito sulla dottrina marxista. Anche Giovanni Gentile si era accostato alla filosofia di Marx: una rielaborazione della sua tesi per l’abilitazione all’insegnamento secondario, intitolata Una critica del materialismo storico, apparve a Pisa nel 1897; poi, nel 1899, venne pubblicato, sempre a Pisa e insieme al primo lavoro, il volume La filosofia di Marx3.

Il terreno era dunque già fertile per la lettura di Marx, maturata da Saragat durante il suo esilio. Il 20 novembre del 1926 è costretto a lasciare l’Italia avendo come meta Vienna4, dove venne a contatto con l’esperienza di governo degli austromarxisti. La sua attività di studioso e di militanza non subisce un arresto. Incontrò alcuni esuli provenienti dall’Unione Sovietica, la cui critica sul sistema comunista rivelava una forte deriva in direzione liberticida e maturò la convinzione di unire la classe della piccola borghesia, da sottrarre alle tentazioni del fascismo, con quella dei lavoratori liberi dall’ipoteca bolscevica. La conquista rivoluzionaria della democrazia e la costruzione graduale del socialismo gli si profilavano dunque come i pilastri fondamentali della piena adesione a un marxismo non ortodosso, seguendo gli insegnamenti di Bauer che aveva conosciuto gli effetti della degenerazione autoritaria del regime sovietico. In sostanza, sarebbero dovute risultare più vie per la costruzione del socialismo. Intanto, nel 1932, venivano pubblicati in Italia L’deologia tedesca (1846)5e i Manoscritti economico-filosofici del 18446, due saggi necessari all’interpretazione del pensiero marxiano.

Questo per sommi capi il contesto politico-culturale in cui fu dato alle stampe L’umanesimo marxista, pubblicato a Marsiglia nel 1936, in lingua francese7.

Si tratta di un ampio saggio di filosofia politica in cui Giuseppe Saragat riporta Marx all’altezza dei tempi, lacerati da pesanti degenerazioni. L’opera8, apprezzata da Otto Bauer, ricevette ampi consensi; poi fu pubblicata in Italia nel 1988 con una nota introduttiva di Gian Piero Orsello9 e con una “Nota preliminare”, curata dallo stesso Autore che manifesta lo scopo di certo ambizioso di dare un contributo per una comprensione “più ampia” tra quelli che mirano alla realizzazione di un mondo nuovo.

La lettura di Marx è condotta ermeneuticamente con continui richiami ai suoi scritti e intende dimostrare che egli è propugnatore di un umanesimo orientato alla liberazione di ogni capacità umana. Questo di Saragat a me pare un testo fondamentale per la ricostruzione del pensiero marxiano soprattutto nella sua unitarietà, cioè senza svolte decisive che facciano da spartiacque nel corso del filosofo di Treviri. Fondandosi nell’estremo disagio sociale, l’Autore concentra l’attenzione sul pensiero originario di Marx e vede nella sua opera un bisogno concreto di giustizia unitamente a una spiegazione sulla possibilità di realizzarlo, scongiurando ogni possibile fraintendimento. Saragat ha il merito di avere costruito un rapporto profondo con lui, un costante dialogo che gli ha consentito di riconoscersi nella sconcezione, avendo compreso che Marx non è un dogmatico in un sistema chiuso10 e che in ogni caso occorre partire da lui in modo onesto e scevro da pregiudizi. Tracciando una lucidissima analisi della situazione italiana dell’epoca, da un lato si colloca in opposizione al fascismo, espressione di un’aristocrazia borghese e finanziaria che rinuncia alle forme democratiche per reagire con violenza all’organizzazione del movimento operaio e affermare una volontà di potenza incontrastata; dall’altro, mette in evidenza, senza la noiosità del polemizzare, l’incapacità da parte degli pseudo-marxisti di cogliere il valore assoluto della libertà11.

Leggendolo, si rimane affascinati dalla chiarezza dello stile e si ricava l’immagine di un accurato lettore delle opere di Engels e di Marx; specificamente si intrattiene sugli scritti filosofici di quest’ultimo con rigorosa attenzione al tema della prassi e si può dire che ci consegni un compendio succoso e puntuale, tant’è che nel corso dell’esposizione sembra spesso di leggere Marx. Nei dieci capitoletti dell’opera Saragat fissa l’attenzione su alcuni assi nevralgici e focalizza l’analisi storico-sociologica del capitalismo come una delle grandi tappe più incancellabili dell’umanità. Infatti, sa coglierne scopo, senso e processo storico. La sua chiave di lettura fa tesoro del liberalismo di Marx, punta alla conquista totale dell’uomo senza cedere alla lusigna di nessuna dittatura già esistente e si sviluppa lungo la traiettoria Kant-Hegel fino a un’interpretazione della lotta di classe.

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