Continua la pubblicazione su L’Umanità degli interventi al Convegno “La Pace Possibile” organizzato dalla Fondazione Gaetano Salvemini a Roma, Sala Capranichetta in Piazza Montecitorio, il 21 settembre 2011.  Oggi vi proponiamo l’interessante intervento del giornalista Filippo Facci.

FILIPPO FACCI

GIORNALISTA Di LIBERO

C’era la crisi economica nel ‘92 ‘93, allora come oggi? C’era. C’era l’antagonismo tra magistrati e politica? C’era, assolutamente. C’erano gli attriti istituzionali anche seri, dissidi tra le Camere, tra i vari presidenti, c’era la Consulta contestata, c’erano le manovre finanziarie pesanti. C’era la sfiducia nella classe politica, anche se allora non era proprio sfiducia, era una vera e propria rabbia, e oggi è estesa forse più di allora alle famose caste, magistratura compresa, soprattutto giornalisti compresi.

Però non c’è qualcosa che c’era, perché, voglio dire, non è una cosa seria il discorso della secessione che sta facendo Bossi, allora era una cosa diversa, allora c’era la Jugoslavia alle porte che si dilaniava, era molto diverso, soprattutto per chi stava al Nord. Non c’è la mafia che fa saltare i magistrati, oggi, o i monumenti e i padiglioni di arte moderna, oggi, non c’è una guerra appena finita, una guerra fredda appena finita, insomma, con il grande trambusto logico che allora ne era seguito. Così come non c’è una magistratura, ecco, che propriamente con degli editti bloccava le leggi: oggi le può boicottare, può protestare, può non applicarle, però, da questo punto di vista, anche qua le cose sono cambiate. La gente ai tempi era incazzata, oggi per lo più è stanca, si specchia in una definizione che mi ha colpito molto, che ha dato prima Olivero Beha, e che è quella sul fatto che oggi c’è una pace incivile, più che una frattura tra politica e società civile.

Oggi la gente non andrà, nonostante le invocazioni continue, a tirare le monetine, oggi le monetine se le tiene ben strette in tasca.

Solo percorrendo via Giolitti, ho incontrato cinque o sei persone e tutte quante mi hanno chiesto cosa succede, che clima si respira, ecc. ecc. Secondo me non succede nulla, e questo fa parte del problema, nessuno si metterà a sparare e non ci sarà niente di serio se non la solita partita di giro, perché ci sono sempre quattro o cinque coglioni che storicamente fanno cose, fanno manifestazioni che magari il meccanismo della comunicazione globale trasforma in trend inarrestabili e imprescindibili, come non sono. Però la politica che nessuno sta abbattendo, perché sostanzialmente si sta abbattendo da sola, sta arrivando – ed è arrivata, per usare un’espressione di Ainis – ad una frattura con la società civile, che però è scaturita in una sostanziale assenza di tensione.
E’ questa la vera differenza tra oggi e altri periodi: mentre un tempo c’era una tensione da cui potevano esserci delle scaturigini di qualsiasi tipo, oggi c’è un’assenza di tensione, la pace incivile di cui parlava Beha, che però per alcuni aspetti io ancora vedo come ancora più pericolosa, perché se nell’immediato non accade assolutamente nulla, quel che accade dopo è probabilmente fuori dalla nostra portata e dalla nostra capacità di comprensione, come sempre accade prima di qualsiasi evento traumatico.

L’altra sera – Roma è fantastica per questo – sono andato ad una classica cena romana, splendida, dove si parla di tutti e di quello che sta per accadere, proprio nel classico clima da tardo impero, di quel che succederà. Mi ha ricordato le cene della fine del ’91, dove sempre si discuteva e si prevedeva qualcosa di totalmente diverso da quel che sarebbe accaduto, perché è qualcosa che semplicemente per definizione non siamo capaci di immaginare, e che oggi si traduce soltanto in questa assenza di tensione, nel fatto che per la società civile – che io fatico sempre a pronunciare come tale, perché non ho nessuna stima della società civile da questo punto di vista – si traduce nella disaffezione, nelle schede bianche, nel non voto o nel voto che, diciamo, rappresenta un non- voto… interessanti anche gli esempi che ha fatto prima Ainis.

Insomma, per farla breve, se abbiamo da una parte una disaffezione della società civile che si pialla, che si narcotizza, che sostanzialmente non c’è o non c’è più, e dall’altra parte abbiamo una classe politica che non è politica, perché il vero dato è che questa classe politica non è politica, non c’è, non agisce, non fa… alla fine cosa abbiamo? Abbiamo il nulla, abbiamo – per usare un’espressione forte o che si rifà credo ad un vecchio libro – che cessiamo di essere una nazione. E questo è il rischio, ed è quello che sta succedendo, anche in rapporto al fatto che il grande sol dell’avvenire di questo Paese di ogni programma politico – il che è assurdo e non ce ne rendiamo nemmeno conto – è diventato il pareggio di bilancio.

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