Lunedì è cominciato il turno dell’Ungheria alla presidenza del Consiglio dell’Unione Europea, l’organo in cui siedono i rappresentanti dei 27 governi dei paesi membri e che all’interno dell’UE detiene il potere legislativo, insieme al Parlamento Europeo. Ciascun paese membro presiede il Consiglio ogni 13-14 anni circa per un periodo della durata di sei mesi.

La nuova presidenza è guardata con sospetto dalle diverse forze politiche di sinistra che considerano quello del primo ministro Viktor Orban un governo autoritario, xenofobo e illiberale. In realtà Orban, prim’ancora che con l’Europa, deve fare i conti con le principali crisi interne, a cominciare dal pauroso calo demografico che sta investendo il suo Paese. Il tasso di fecondità delle donne ungheresi, nonostante gli investimenti del governo, è passato dall’1.2 per cento del 2011 all’1.6 del 2021, per poi registrare un nuovo arretramento. «Si tratta – osservano gli analisti – di percentuali insufficienti a interrompere il declino demografico dell’Ungheria, addirittura stando ai dati forniti dal Centro Hun-Rec, il Paese nel 2050 potrebbe vedere la propria popolazione ridursi dagli attuali 9.6 milioni ad 8.5-8.8 milioni di abitanti. A rendere ancor più problematico lo spopolamento è l’emigrazione dei più giovani verso altre nazioni dell’Unione Europea, che sembra un fenomeno inarrestabile e rappresenta un altro nodo incandescente da sciogliere per un esecutivo a trazione nazionalista come quello di Orban.

Le prime mosse non sono andate nella direzione che molti si aspettavano. La scelta obbligata è stata quella di permettere ai lavoratori provenienti da 15 paesi non UE, come le Filippine e il Vietnam, di risiedere nel paese per periodi fino a tre anni. Una politica decisamente in controtendenza rispetto alla totale chiusura dei flussi migratori per la quale lo stesso Orban si era sempre battuto.

L’esecutivo ha varato infatti – obtorto collo – un provvedimento che consente ai lavoratori di quindici Paesi non comunitari, tra cui ci sono Filippine, Kazakhstan, Vietnam, Brasile e Venezuela, di risiedere in Ungheria fino a tre anni. Tanto che i migranti, che in passato rappresentavano non più del 2% della popolazione ungherese, oggi sono al 4%.

Certo, quasi tutti i migranti entrano nel Paese grazie al supporto delle agenzie per l’impiego, ma i richiedenti asilo continuano ad essere tenuti alla larga, tranne quelli provenienti dall’Ucraina. E restano tutti in piedi i paletti introdotti dal governo: permessi lavorativi a tempo, impedito ogni tipo di ricongiungimento familiare, numero massimo di ingressi 65.000 all’anno, esclusi quelli dai Paesi africani o mediorientali, che non sono ammessi.

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