
Con l’intervento di Rocco Buttiglione, presidente della DC, concludiamo la pubblicazione degli atti del convegno “La Pace Possibile”, organizzato dalla Fondazione Salvemini e tenutosi a Roma, in Piazza Montecitorio, il 21 settembre 2011.
Come i nostri lettori hanno potuto constatare, data l’altissima qualità dei relatori i loro interventi risultano ancor più attuali oggi.

ROCCO BUTTIGLIONE
PRESIDENTE UDC
La politica non funziona. Perché la politica non funziona? Voi partite dalla Pax Togliattiana per arrivare alla Pax Berlusconiana, le prime radici del perché la politica non funziona le troviamo nell’epoca di Togliatti. Perché? Cosa sono i partiti? E, attenzione, può piacere o non piacere, ma non c’è democrazia senza partiti. Ci sono però partiti senza democrazia, cioè partiti sostanzialmente guidati da una persona sola, o al massimo da un piccolo gruppo oligarchico, il quale poi seleziona quelli che devono andare in parlamento, quelli che devono andare ai consigli regionali, quelli che non devono andare da nessuna parte. Qual è la ragione per la quale i partiti in Italia, che dovrebbero essere i canali della partecipazione popolare, si sono intasati? Avete presente quando capitano le alluvioni, il più delle volte andate a vedere e non hanno fatto la manutenzione dei canali: canale intasato, l’acqua non scorre e c’è l’alluvione.
Perché in Italia i canali della partecipazione politica sono intasati? C’è un motivo: la Costituzione italiana non è tutta da buttare, anzi io credo che sia da difendere, c’è qualche cosa da aggiustare, come ogni macchina che ha fatto qualche chilometro va aggiustata in qualcosa, ma non è da buttare. Io sono contrario a questa moda che c’è in Italia, che si cambia una moglie di 60 anni con due di 30: è meglio tenersi quella di 60 e magari fa una dieta lei, la faccio anche io perché anche io non sono più quello che ero una volta…
Allora la Costituzione ci dice che i partiti devono essere democratici e che lo Stato può fare una legge per garantire la democrazia interna dei partiti. Però non l’abbiamo fatta, non l’abbiamo fatta perché se De Gasperi avesse fatto una legge così ci sarebbe stata una guerra civile, perché il partito comunista per principio era un partito di cui il comitato centrale nominava la base diri- gente, la base dirigente nominava i militanti e i militanti poi andavano a cercare i voti; non potevano rinunciare a quel modello, che è il modello di una chiesa, perché in una chiesa una democrazia non va bene, c’è una rivelazione, ci sono quelli che hanno il mandato divino di predicare questa rivelazione, e ovviamente non possono essere assoggettati ad un controllo popolare. Lo dico senza scherzare, perché credo che le chiese sono fatte così, devono essere fatte così.
Il partito comunista, che era una chiesa, era fatto così. Quindi non poteva accettare la legge sulla democrazia interna dei partiti. E allora la legge non è stata fatta. Gli altri partiti che all’inizio la volevano, poi hanno scoperto che una legge così era comoda anche per loro, perché consente a delle oligarchie di controllare il partito.
Quando è caduta la prima Repubblica, uno avrebbe potuto pensare: bene, facendo una riflessione attenta, cominciamo a garantire la democrazia interna dei partiti. Neanche un po’: se i partiti della prima repubblica erano oligarchici, quelli della seconda repubblica come li definirò? Monocratici, siamo ai partiti dalle oligarchie, alle tirannie interne di partito. E questo è il primo problema. Se la democrazia italiana è una democrazia bloccata, la prima ragione è che non abbiamo una legge sulla democrazia interna dei partiti. E quindi io propongo di cominciare a valutare anche questo aspetto della questione. Io avrei anche una proposta di legge. Possiamo fonderle, la mia non è molto originale perché è la traduzione, con qualche aggiustamento, di quella che c’è in Germania. E’ una legge che assicura democrazia interna, controllo delle finanze interne, perché le finanze interne sono potere, evidente- mente, garanzia che ci sia un uso dei denari per delle finalità specifiche (in Germania sono finalità di educazione politica, c’è una grande fondazione per ogni partito la quale educa alla democrazia, fa quella educazione politica che in Italia non c’è). E le candidature si scelgono per voto, a scrutinio segreto: si riuniscono gli iscritti che votano le candidature che vogliono. Sono in qualche modo primarie interne di partito, che mi sembrano più serie, più affidabili delle primarie che si fanno in Italia, in cui nessuno controlla chi va a votare, se va a votare davvero, se vota una volta, due volte o anche di più, ecc. ecc.
Io credo che la prima malattia della democrazia italiana è il fatto che i partiti non sono democratici, e quindi la gente non riesce a partecipare, e allora si pone il problema di saltare la partecipazione nel partito e quindi di saltare poi anche il parlamento. Ma non è possibile, non è possibile perché poi alla fine è in parlamento che si decide.
Abbiamo bisogno di rifare i partiti. Vuol dire questo che non abbiamo bisogno di partecipazione civica? Ne abbiamo bisogno, abbiamo bisogno di partecipazione civica, soprattutto in una fase in cui i partiti non ci sono. Ma io credo che noi oggi avremmo bisogno di organizzare un grande movimento civile. Si è fatto riferimento all’incontro di Verona. Io credo che la politica è malata perché non è democratica, ma anche per un altro motivo. Qual è l’altro motivo? E’ che è venuta meno la tensione ideale. I comunisti erano un partito che aveva un ideale. Sbagliato, per me sbagliatissimo, però avevano un ideale, non potevi dire che entravano tutti in politica per i soldi e per il potere, se mai per il potere del partito ed anche per i soldi del partito. Li prendevano, però andavano al partito. I giovani cattolici entravano in politica nella Democrazia cristiana perché ave- vano un ideale e c’era una componente di giovani laici che si ispiravano a Salvemini, ad Attilio Spinelli a Mazzini più alla lontana, a Bobbio, che entravano avendo una forte spinta ideale.
Noi abbiamo detto che la politica doveva essere deideologizzata, deideologizzando la politica siamo andati troppo oltre, abbiamo abolito gli ideali della politica. La “chiesa” comunista non c’è più, per fortuna sotto un aspetto, ma anche per sfortuna sotto un altro aspetto, perché è venuta meno una fonte di impegno ideale. Ai giovani cattolici la Chiesa, a partire da un certo momento, ha insegnato che dalla politica è meglio stare lontani. Adesso sta cambiando, però per tutta una fase è stato così, ed anche l’impegno laico in politica si è indebolito, perché c’era una volta la cultura laica in Italia, che era una cultura severa che aveva valori forti, un po’ diversi da quelli cattolici, ma non tanto.
Io mi ricordo Bobbio, Norberto Bobbio, mio maestro e amico. Bobbio non era un relativista etico, aveva un’etica di ferro, anzi polemizzava con me dicendo: «Rocco, voi cattolici avete il prete che vi assolve, noi no, la coscienza non as- solve mai». Ed io gli dicevo: «Bravo fariseo…». Lo potete accusare di essere un fariseo, ma certo non di essere un libertino o un relativista etico, neanche un po’.
Adesso la cultura etica ha Vattimo invece di Bobbio, è un differenza non da poco, è venuta meno una tensione ideale. Perché quando viene meno una tensione ideale, cosa succede? Succede che chi fa politica? Fanno politica i portaborse, fa politica chi di vuole investire in politica… certo, ci spende 100 o 200.000 euro per una campagna elettorale, magari di più, e poi vorrà avere un ri- torno, un ritorno attraverso gli appalti, attraverso l’uso e lo spreco del denaro dello Stato. E come fa a mettere assieme i voti per essere eletto? Con i favori. Perché, diciamoci la verità, la politica è corrotta, ma anche la società non sta molto meglio. Quanta gente vota per un giudizio ideale, e quanta gente vota invece perché qualcuno gli ha fatto un favore, a volte un favore giusto e a volte un favore sbagliato? Allora c’è un problema: che si è corrotto anche il corpo elettorale.
Oggi noi abbiamo un problema di ricostruire, e come ricostruisci? Io penso che dobbiamo partire da dove ci sono riserve di energia morale, nell’ambito che mi è più vicino da tempo vado predicando, alle associazioni e ai movimenti cattolici: non potete evitare la politica, non potete evitare la responsabilità politica, non perché la politica è bella, non lo so se è bella, ma perché la politica è la vita. Il Padreterno un giorno ti chiederà conto di quello che è stato fatto a nome tuo. In nome tuo abbiamo fatto una guerra in Libia, l’abbiamo fatta in nome del popolo italiano e tu eri d’accordo, non eri d’accordo, sarai giudicato su quello, non potrai dire: «ah, ma io non faccio politica». No, no, sei responsabile. Certo, se vivessi in un sistema totalitario, non saresti responsabile e potresti dire: «ma io non ho avuto nessuna possibilità di decidere». Invece la possibilità di decidere l’avevi. L’hai usata? E se non l’hai usata non va bene, perché si decide della tua vita nella politica, si decide della tua prosperità, si decide del tuo posto di lavoro, si decide del posto di lavoro dei tuoi figli.
Il problema non è che sia bella o brutta, il problema è che se hai una cattiva politica alla fine tutta la società va male, e allora abbiamo bisogno di una buona politica. La proposta che io faccio è quella: movimenti, associazioni, mettetevi assieme, quelli cattolici e quelli non cattolici, quelli di ispirazione ideale e quelli di ispirazione economica. Vedo che oggi Confindustria e sindacati si sono incontrati e hanno trovato un accordo. Bene, dobbiamo parlare con tutti, l’importante è avere una società civile ricca di movimenti che si collegano tra di loro, 3000 associazioni collegate, bene, se sono 4000 meglio, 5000 è ancora meglio, colle- gare per diventare interlocutori e poi magari per partecipare alla fondazione di un partito politico di tipo nuovo, un partito politico che faccia i pro- grammi dialogando con la società civile e scelga i candidati pescando nella società civile, questo è il rinnovamento della politica.
Quindi movimenti e partito nuovo sono due cose che si richiamano insieme. Difficilmente si farà il partito nuovo, visto che i partiti nuovi sono ostruiti, se non c’è un movimento che lavora a sfondare l’immondizia che ha ostruito i canali e che impedisce la partecipazione.
C’è un problema di partecipazione, c’è un problema di immoralità, e c’è il problema di dire la verità, in questo Paese. Avete visto che ci hanno declassato, ci hanno dato il voto “A”. Il voto “A” non è un cattivo voto, sapete cosa vuol dire “A”? Che vi potete salvare se volete, se volete non c’è problema, ma volete? Perché non si dubita del fatto che l’Italia sia in grado di venirne fuori, si dubita del fatto che l’Italia voglia venirne fuori.
E, diciamo la verità, abbiamo fatto una manovra difficile, che costa tantissimo, l’abbiamo fatta, grazie a Dio, per l’intervento decisivo del capo dello Stato, perché la classe politica non sembra essere consapevole della gravità della situazione, del fatto che possiamo andare a fondo, e quindi ognuno tentava di togliere qualche cosa per aiutare le sue clientele. Il capo dello Stato è intervenuto, si è fatta la manovra. Il giorno dopo della manovra cosa dovrebbe fare il parlamento italiano? Dovrebbe parlare di lavoro, il problema dell’Italia è il lavoro, e per essere onesti, lavoro non significa che lo Stato deve assumere tutti, non è possibile. Lavoro significa che dobbiamo essere competitivi nel mondo, che le merci ita- liane devono essere di alta qualità e a basso costo.
Questo vuol dire che davanti alla competizione di Paesi dove il lavoro costa molto meno che da noi, il lavoro italiano deve essere di alta qualità. Questo vuol dire scuola, vuol dire università, vuol dire ricerca scientifica, vuol dire formazione professionale, vuol dire infrastrutture. Perché una grande impresa dovrebbe venire a produrre in Italia invece che in Cina? In Cina i manovali costano molto meno, ma se è un’impresa che ha bisogno di molti ingegneri e pochi manovali, e se gli ingegneri italiani sono più bravi, e se i porti italiani funzionano meglio e gli aeroporti italiani funzionano meglio, allora viene in Italia!
Allora noi dobbiamo fare un grande sforzo: non solo per mettere in ordine il bilancio, ma per investire, per creare in Italia un milione di posti di lavoro in settori nuovi, ad alto contenuto tec- nologico, sui nuovi materiali, le nuove fonti energetiche, la cura e la tutela dell’ambiente, le biotecnologie, la rivoluzione informatica, che è ancora in atto ma ha ancora tanto da dare… Di questo dovremmo parlare. Sapete di cosa parliamo, invece? Del verde pubblico… non è proprio la priorità, piantiamo un albero per ogni bambino che nasce, io sono favorevole. Però il Paese torna alla sua vera passione: torna a parlare delle donne di Berlusconi, dello scandalo Penati, delle intercettazioni. E del lavoro? Mi fermo qui. Ma ricordo: “A” vuol dire: potete salvarvi, se volete. Dobbiamo volerlo.





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