E’ di pochi giorni fa la decisione dell’Agcom nei confronti di Google sulla remunerazione delle notizie prese dai giornali del gruppo Gedi. Per la FNSI si tratta di una buona notizia. Ma è cos’ solo fino a un certo punto, secondo la FILE, Federazione Italiana Liberi Editori.

«Purtroppo -spiega il presidente FILE, Roberto Paolo, firma del “Roma” – c’è poco da esultare. Nei fatti la decisione dell’Agcom porterà ad un esborso da parte di Google di qualcosa come 350mila euro l’anno, cifra che non salverà i bilanci di Gedi».

«Quello di cui nessuno parla, perché anche le istituzioni di categoria dei giornalisti lo ignorano – tiene a precisare Paolo – è che in merito al cosiddetto “copyright dei giornali” le piattaforme dei social o non rispondono proprio alle richieste degli organi di informazione locali, piccoli o di media grandezza, oppure offrono cifre irrisorie, nell’ordine di poche centinaia di euro l’anno, per compensare il saccheggio dei contenuti informativi prodotti da queste testate. Cifre insultanti. Di questi argomenti Ordine e sindacato dei giornalisti non si occupano per nulla».

Il problema, però, è che una settimana fa la Corte di Giustizia europea ha emesso una importante sentenza con la quale in sostanza dà ragione alle piattaforme online, Facebook in testa, contro il regolamento dell’Agcom sul copyright dei giornali. «Questo – attacca il presidente FILE – rischia di vanificare del tutto ogni tentativo di far pagare alle piattaforme i contenuti saccheggiati a giornali e giornalisti. Con buona pace delle associazioni di categoria che ignorano i veri problemi, presi come sono esclusivamente a diramare comunicati di solidarietà per questa o quella emergenza, sempre identici l’uno all’altro quanto vuoti nella sostanza. E sempre con lo stesso effetto pratico, cioè nessuno».

«Purtroppo – spiega ancora Paolo esaminando la situazione nel suo complesso – le piattaforme hanno dimostrato di essere più forti degli Stati. Il web nella sua accezione iniziale era sinonimo di libertà, di pluralismo, di autonomia. Ma la realtà si è dimostrata molto diversa. I più forti sono soggetti che hanno solidissime basi, obiettivi precisi, riescono a condizionare l’opinione pubblica con i loro algoritmi che consentono di decidere se una notizia esiste o non esiste. La norma sull’equo compenso pensata dall’Unione europea per riequilibrare la situazione ha dimostrato la capacità delle grandi piattaforme di aggirare persino le leggi, di disapplicarle nei fatti. In buona parte del mondo i social network hanno deciso che se i giornali chiedono un equo compenso il modo più semplice è azzerarli, deindicizzandone i contenuti. Accadrà anche da noi. Nel silenzio generale».

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