di Renato d’Andria

L’Italia e le nuove Vie della Cina

In Cina e’ stoccato circa il 92% delle scorte globali di rame, il 57% di alluminio, il 68,2% di mais, il 51,5% di frumento, il 35,4% di soia e il 22,5% di petrolio. Inoltre il Governo cinese controlla direttamente circa l’80% delle scorte di rame a livello mondiale, dati simili per le terre rare e il litio. E’ il ministro della Difesa Guido Crosetto a snocciolare su X i dati forniti dalle ultime rilevazioni di JP Morgan. «Non esiste industria, non esiste sviluppo, non esiste innovazione, non esiste sviluppo economico, senza materie prime, senza una catena sicura di approvvigionamento a lungo termine. La strategia di sicurezza nazionale ne deve tenere conto», dichiara Crosetto.

Fra i primati della Cina raggiunti negli ultimi tempi ci sono anche quelli sulle fonti energetiche: per la prima volta a giugno di quest’anno la potenza combinata di eolico e solare ha superato quella da carbone, stando agli ultimi dati della National Energy Administration (Nea) del Paese. Gli analisti fanno sapere che entro il 2026 la sola potenza in impianti solari supererà il carbone nel Paese, con una capacità cumulativa superiore a 1,38 TW, vale a dire 150 GW in più rispetto al carbone. Un sorpasso definito “storico”.

«Siamo in un momento cruciale per la Cina e per la transizione energetica globale. Con solide pipeline di progetti di energia rinnovabile in atto, il Paese è sulla buona strada per affrancarsi dalla sua reputazione di maggiore emettitore di gas serra e consumatore di energia al mondo», ha dichiarato Simeng Deng, analista senior per Rystad Energy.

Sono dunque evidenti i motivi di fondo che hanno indotto il primo ministro italiano Giorgia Meloni alla recente visita diplomatica in Cina, tali da superare ampiamente le critiche che pure erano state rivolte a questa missione, cominciando dall’assenza nella delegazione italiana dei vertici degli apparati industriali nostrani, compresa Confindustria, ma soprattutto dalla decisione del viaggio assunta da Palazzo Chigi in totale autonomia rispetto alle intenzioni di Washington e di Bruxelles.

Qualcuno ha definito l’esito della missione in Cina «un capolavoro diplomatico»: basti pensare che solo sei mesi fa sei mesi fa la premier aveva deciso di non rinnovare il memorandum d’intesa della Nuova Via della Seta voluto nel 2019 dal governo Conte, fino a siglare oggi un patto economico triennale con il presidente Xi Jinping, secondo il quale le nuove intese mirano a: «sostenere e portare avanti lo spirito della Via della Seta». 

Certo è che d’ora in poi sono nuovamente aperti i mercati più appetibili del Dragone per i pezzi pregiati dell’industria italiana. In merito alle nuove forme di cooperazione con l’Italia si legge sull’edizione cinese del Global Times: «In un periodo di incertezza globale e di declino della leadership statunitense, gli Usa non hanno gradito le dichiarazioni di Pechino sull’Italia che «aderisce alla politica dell’Unica Cina». Ce ne faremo una ragione, anche perché le presidenziali americane, segnate ora dall’incertezza sull’esito, saranno l’elemento decisivo anche per delineare le nuove linee dei rapporti internazionali all’interno della NATO.

Quello che va apprezzato secondo noi nelle scelte di partenariato con la Cina, è che Giorgia Meloni sembra seguire la strada aperta vent’anni fa e passa da Silvio Berlusconi. Il quale, avendo da sempre avvertito sul pericolo incombente di un’espansione oltre misura del colosso cinese, aveva agito alla sua maniera, portando dalla sua parte “il nemico” invece di combatterlo.

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