
Un cimitero. Per decine di migliaia di famiglie russe la vita si è trasformata in lutto, dopo che i loro ragazzi, quasi sempre impreparati, sono stati sbattuti con forza a combattere una guerra in Ucraina che loro non avrebbero mai dichiarato. Giovani e meno giovani diventati “carne da cannone”. Ora lo zar Putin per sedare sul nascere qualsiasi protesta ha deciso di aumentare il bonus di ingresso nell’esercito, mentre le famiglie in lutto ricevono una «compensazione» equivalente a ottantamila euro circa, ma solo se in cambio firmano una dichiarazione che impone loro il silenzio.
E a pagare non solo solo le giovani vite stroncate. Federico Fubini, in un magistrale pezzo sul Corriere della Sera, racconta ad esempio la storia di Andrei Tugutov, 61 anni, imprenditore di Ulan-Ude, che da giovane si era diplomato in una scuola dell’esercito a Minsk ed era stato un ufficiale, prima di smobilitare dopo l’umiliazione in Afghanistan e il disfacimento dell’Unione sovietica. «Uscì dal disastro di quegli anni amareggiato e pieno di recriminazioni. Da allora si è dato agli affari, all’inizio importando frutta dall’Uzbekistan o esportando ferro in Mongolia con dichiarazioni fasulle per pagare meno tasse. In seguito ha costruito grattacieli abusivi a Ulan-Ude». «Ma da un anno, Tugutov ha cambiato vita: ha firmato un contratto con lo Stato. Ora combatte in Ucraina».
La vicenda di Tugutov rende il quadro delle condizioni in cui si trovano i soldati russi. Il suo stipendio in rubli equivale a circa duemila euro al mese. Ed anche il bonus d’ingresso nell’esercito, che è stato raddoppiato recentemente viste le difficoltà nel trovare nuove reclute, può permettere ai neo-militari di comprare una casa in campagna.
Ma il vento sta cambiando rapidamente anche fra i sostenitori di Putin. «All’inizio – scrive Fubini – persino in Buriazia, dove la religione più diffusa è il buddhismo tibetano e buona parte della popolazione ha tratti somatici mongoli, la guerra all’Ucraina era popolare. Lo si notava ad occhio nudo. La gente ne parlava per strada o nelle occasioni sociali e disegnava le ZETA dell’operazione militare speciale, sulle auto, sulle mura di casa, sulle facciate delle scuole. Ora l’entusiasmo è svanito, dice una dissidente che vive a Ulan-Ude».
Oggi i simboli di quella che è diventata una carneficina sotto gli occhi del mondo sono spariti ovunque e nessuno parla più della guerra, tanto è l’orrore e il lutto suscitato dal delirio d’onnipotenza dello Zar. Quanto ai metodi di reclutamento, anche molti detenuti sono stati costretti con la forza, puntando su di loro un’arma perché firmassero il contratto, dice un dissidente.
Il numero dei caduti fra coloro che sono partiti per l’Ucraina ufficialmente sembra essere uno su dieci, in realtà sono molti di più, perché il numero dei dispersi è almeno altrettanto alto o superiore. «In Buriazia e in tutta la Russia questi soldati fantasma, vivi per l’esercito, scomparsi per i loro cari – scrive Fubini – stanno diventando un problema sociale, anche perché i percorsi dei caduti ufficiali e dei dispersi sono opposti. Alle famiglie dei primi viene restituito il cadavere e poi si tiene un funerale ufficiale. In seguito i parenti ricevono una visita di agenti locali dell’Fsb, il servizio segreto interno russo, i quali propongono uno scambio: la famiglia in lutto può ricevere una “compensazione” equivalente a ottantamila euro circa (salgono a 110 mila euro con i contributi locali nelle regioni più ricche, come Mosca), ma deve firmare una dichiarazione con la quale si impegna al silenzio». Non deve parlare in giro della sorte del figlio, del marito o del padre, non può lamentarsi; in caso contrario il governo chiederà indietro i soldi. «Quei documenti non hanno nessuna forza legale, qualunque tribunale può rifiutarsi di riconoscerli – dice la dissidente di Ulan-Ude –. Ma le famiglie firmano».
«Nel caso dei dispersi, invece, le famiglie sono lasciate nel limbo. Madri e mogli restano al buio, nel vuoto. L’esercito si limita a dire che del soldato si sono perse le tracce; a volte lo si dichiara «grus-500» («cargo-500»): gergo militare per designare un disertore. In questo caso la paga s’interrompe e non sono previsti indennizzi. Il problema è talmente diffuso in Russia che alcune famiglie stanno iniziando a uscire allo scoperto. Una decina di mesi fa un gruppo di madri e mogli di 35 soldati buriati, dispersi in un unico scontro a fuoco, hanno messo su YouTube e Telegram un appello a Putin in cui compaiono tutte insieme. Due di loro tengono esposti i ritratti dei figli sul grembo. «Caro Vladimir Vladimirovich, siamo le famiglie degli uomini della brigata motorizzata di fucilieri numero 37 – dice una di loro –. Ti chiediamo di ricevere qualunque informazione o spiegazione sui nostri uomini».





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