
Ormai lo conosciamo, perché rimbalza sempre fra le polemiche di chi è a favore e dei tanti che lo criticano per l’eccessiva rigidità: l’obiettivo del Green Deal europeo è quello di rendere l‘Ue climaticamente neutra entro il 2050. Ciò significa un rilancio dell’economia grazie alla tecnologia verde, creare industrie e trasporti sostenibili, ridurre l’inquinamento. Si punta insomma a trasformare in opportunità le sfide climatiche e ambientali
ma sarà davvero, questa transizione, giusta ed inclusiva? E soprattutto, come si stanno preparando le imprese italiane? Nei giorni scorsi Nomisma ha presentato a Verona un report che ci aiuta a capirlo. Guardiamo allora ai dati.
Ad oggi, solo il 48% delle aziende risultano legate alla gestione sostenibile delle risorse e all’ottimizzazione dei processi produttivi. Un altro 33% segnala la capacità di utilizzare software per la gestione sostenibile dell’azienda. Il 28%, invece, individua le competenze biologiche e chimiche legate alla produzione sostenibile.
Tra le criticità, emergono in primis quelle legate alla carenza di risorse umane competenti, che riguardano praticamente quasi il 90 % delle aziende. Solo un’azienda su 10 non ritiene importante disporre di competenze nel percorso verso la transizione eco-energetica. Ma proprio i gap nelle competenze rappresentano uno dei principali punti di miglioramento propedeutici alla diffusione in Italia delle innovazioni tecnologiche nelle imprese agricole ed alimentari. Se infatti nel corso degli ultimi anni, il 71% delle imprese agroalimentari intervistate ha già effettuato investimenti per la transizione eco-energetica, un’azienda su 4 lamenta la mancanza di competenze specifiche e la necessità di formazione come i principali vincoli ad una maggior diffusione di tali innovazioni.
L’indagine Nomisma rileva come un numero sempre crescente di imprese ritiene necessario lo sviluppo di competenze specifiche sull’utilizzo degli strumenti che favoriscano le innovazioni tecnologiche. Il gap da colmare emerge anche nella consapevolezza delle aziende sulla preparazione professionale dei propri addetti. Dall’indagine emerge infatti che il 44% del campione intervistato ritiene molto importante la formazione, percentuale che sale al 59% nel caso delle aziende tabacchicole. E in effetti, già oggi un’impresa su 2 investe nella formazione dei propri addetti (oltre a quella obbligatoria prevista per legge). Mentre un ulteriore 30% ha già pianificato attività in tal senso nei prossimi due, tre anni.





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