
Ieri sera, domenica 26 ottobre, durante la prima puntata dopo l’attentato alle auto di Sigfrido Ranucci, Report ha mandato in onda un video che mostra un uomo entrare nella sede di Fratelli d’Italia a Roma. Si tratta di uno dei componenti dell’Autorità Garante della Privacy. Lo stesso organismo che poche settimane prima aveva comminato al programma di Ranucci una multa da 150mila euro per aver trasmesso, l’8 dicembre 2024, ila registrazione audio di una conversazione privata tra l’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e sua moglie, al tempo della tormentata vicenda personale che aveva portato alle dimissioni del ministro.
«Qualcuno – aveva tuonato Ranucci già venerdì scorso – sta armando il Garante della privacy per punire Report e dare un segnale esemplare a altre trasmissioni. Chiedo che il Garante europeo verifichi come sta operando il Garante della privacy italiano, perché sembra agire come un’emanazione del governo».
La risposta non si è fatta attendere. In una nota Pasquale Stanzione, che è capo dell’Autorità, ha difeso «l’assoluta indipendenza e trasparenza del proprio operato a difesa della legalità», con annuncio di iniziative per tutelare la dignità dell’ente (leggi, possibili querele).
Spiace davvero dover assistere a schermaglie di tale livello. Abbiamo già espresso tutta la nostra solidarietà a Ranucci per il vile attentato subito, tuttavia non ci pare questo il modo di difendere il giornalismo d’inchiesta, attaccando le istituzioni che sono il presidio delle nostre garanzie. Piuttosto, il conduttore di Rai 3 farebbe bene a battersi proprio contro il vero cappio alla gola del giornalismo italiano, quelle leggi sulla stampa risalenti al Codice Rocco che consentono a chiunque, impunemente, di calunniare i giornalisti scomodi e far chiudere intere redazioni. Sarebbe ora di mettere mano ad una riforma in tal senso. Ed un giornalista autorevole come Sigfrido Ranucci potrebbe essere il primo e più importante artefice di questa sacrosanta battaglia.





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