
Fra i primi a scendere in campo c’è Gian Domenico Caiazza, famoso penalista romano, a lungo presidente dell’Unione Camere Penali, che ha fondato il primo Comitato in ordine di tempo per il sì al previsto referendum relativo alla riforma costituzionale, già passata in quarta lettura al Senato, sulla separazione delle carriere dei magistrati.
«Dal 1948 ad oggi – ha dichiarato Caiazza in una recente intervista – la sacrosanta autonomia ed indipendenza della magistratura “da ogni altro potere” è stata garantita in Costituzione dall’art. 104. Questa riforma lascia intatto l’art.104 nella sua testualità. Tutta la propaganda per il NO è basata sulla affermazione che questa riforma sottomette il PM alla Politica. La nostra battaglia per il SI è una sola: informare i cittadini, difenderli da questa vergognosa campagna di disinformazione e di menzogne». Sulla stessa barricata anche la Fondazione Enzo Tortora.
E’ già partita, insomma, la lunga campagna elettorale referendaria, per un voto che, se tutto andrà bene, è previsto nella primavera prossima: «Penso che per la consultazione si arriverà a marzo», ha spiegato il senatore di Fratelli d’Italia Marcello Pera, mentre numerosi parlamentari della maggioranza, come lui, si sono già presentati in Cassazione a depositare le firme per il referendum sulla riforma della giustizia.
A far sentire per prima la sua voce, però, era stata già la settimana scorsa l’Associazione Nazionale Magistrati, schierata fermamente per il NO. Al suo fianco, le forze politiche del centrosinistra, compresi i 5 Stelle.
Ondivaghe le posizioni dei centristi: resta ancora defilata Italia Viva, con un Matteo Renzi che si dichiara favorevole alla separazione delle carriere fra magistrati giudicanti e requirenti, ma non condivide gli assetti della riforma così com’è oggi. Diversa l’opinione di Carlo Calenda e di Azione, che ha già votato la riforma in Parlamento.
Sullo spinoso tema è intervenuta anche l’autorevole Fondazione Luigi Einaudi: «Questa riforma è epocale e allinea l’Italia a tutti i Paesi del mondo: la separazione delle carriere c’è in Portogallo, in Spagna, in Germania, in tutti i paesi scandinavi, in Inghilterra, negli Stati Uniti, in Canada, in Australia, in Giappone».
«Chi dice che stiamo scrivendo una pagina eversiva – hanno aggiunto i responsabili della Fondazione Einaudi – ha il dovere di spiegare perché l’Italia dovrebbe rimanere l’unico Paese insieme a Turchia, Bulgaria e Romania con le carriere unificate, avendo un processo accusatorio».





Rispondi