
Due questioni bollenti sul tavolo dell’Unione Europa hanno visto le posizioni dell’Italia accolte e vincenti. La prima riguardava la controversa proposta di utilizzare gli asset russi congelati per finanziare la difesa dell’Ucraina dagli assalti di Mosca. L’ipotesi in campo era stata quella di utilizzare la liquidità maturata dagli asset della banca centrale russa detenuti da alcune entità finanziarie Ue, in particolare dalla società belga Euroclear.
Alla fine è prevalsa la posizione di buon senso proposta fin dal primo momento dal nostro Paese: a Kiev, per affrontare i costi della difesa fino al 2027, andranno i 90 miliardi di euro stanziati con debito comune sulle risorse del bilancio europeo, un prestito a tasso zero, da rimborsare dopo che a Russia avrà pagato i danni provocati dalla guerra.
Fin dall’inizio l’Italia ha manifestato una posizione cauta, una prudenza che non sempre è stata compresa fino in fondo nelle sue giuste ragioni. Oggi, dopo che la decisione sul prestito è stata presa, emergono i nodi principali che erano alla base di quelle riserve, in primo luogo le pesanti conseguenze per le imprese nostrane delle rappresaglie annunciate da fonti vicine a Vladimir Putin. E si comincia a fare qualche calcolo. Per l’apparato industriale italiano sarebbe stato a rischio qualcosa come 19 miliardi di euro, fra asset italiani aggredibili (tra queste Ferrero, Barilla, Marcegaglia, Calzedonia, oltre ad Unicredit e Banca Intesa), crediti commerciali italiani vantati da aziende italiane, ma anche titoli ed azioni.
In maniera analoga, l’Italia ha ottenuto che l’ipotizzato accordo sul Mercosur (il libero scambio di merci con i Paesi del Sudamerica) non venisse sottoscritto a dicembre, come previsto, ma fosse rinviato a gennaio e valutato più attentamente.
«L’Italia ci ha chiesto di rinviare la firma sul Mercosur di due settimane», ha detto il cancelliere tedesco Frederich Merz. «Stiamo lavorando per posticipare il summit del Mercosur – ha confermato Giorgia Meloni – il che ci offre altre settimane per cercare di dare le risposte richieste dai nostri agricoltori, le salvaguardie che sono necessarie per i nostri prodotti e consentirci così di poter approvare l’accordo quando, come abbiamo detto, avremo tutte le garanzie».
Non è dunque un caso se proprio la politica estera resta un fattore chiave per il gradimento della premier italiana fra i nostri concittadini. Come vi abbiamo raccontato ieri su questo giornale, secondo il sondaggio sulle intenzioni di voto pubblicato da Human Index Giorgia Meloni è il leader politico leader cui va il gradimento più alto degli italiani. La presidente del Consiglio, che al momento dell’insediamento era al 46,1%, chiude il 2025 con il 44,7%, in crescita rispetto al 2024 (41,6%). E al secondo posto si conferma il ministro degli Esteri Antonio Tajani, con il 32,8%. Segno che gli italiani hanno ben compreso quanta forza sta dando al Paese un governo che fin dal primo giorno ha saputo conquistare posizioni stabili ed autorevoli in tutti i principali contesti internazionali.
RENATO D’ANDRIA





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