
Il mondo attende col fiato sospeso l’incontro di stasera alle 19 (ora italiana) fra il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e Donald Trump, nella residenza del tycoon a Mar a Lago, in Florida. Pieno sostegno a Kiev è stato ribadito dai principali leader dell’Unione Europea. «Mai come in questo momento – questo il messaggio della premier italiana Giorgia Meloni – è importante mantenere l’unità di vedute tra partner europei, Ucraina e Stati Uniti per porre Mosca di fronte alle proprie responsabilità e spingerla al tavolo dei negoziati».
Ma proprio nelle stesse ore Putin ha sctenato un attacco dal cielo su Kiev e su Odessa con missili Kinzhal e 500 droni Shahed che hanno lasciato ancora una volta al gelo la popolazione.
Tutto questo mentre arrivano notizie dall’agenzia indipendente russa Mediazona che, insieme alla BBC, pubblica con nomi e cognomi l’elenco dei militari russi caduti sul fronte ucraino. Ad oggi sarebbero più di 150mila uomini, quasi tutti giovani o giovanissimi, in gran parte detenuti, altri richiamati e obbligati a combattere insieme a manipoli di volontari.
In Italia basta un rapido giro per le strade o nei bar, per rendersi conto del fatto che, pur di fronte a tutto ciò, esiste ancora un partito d’opinione pro-Putin, convinto dalla vulgata propagandistica che la popolazione russa sia schierata a sostegno della guerra. Eppure si sa bene che la cortina di ferro imposta dalla censura di Mosca difficilmente lascerebbe filtrare il dissenso, il dolore delle centinaia di migliaia di madri che hanno visto i loro ragazzi morire al fronte per un conflitto che a loro non appartiene, che segue logiche fratricide, d’invasione, di sangue. Oggi quasi nessuno parla più di queste madri, le ultime notizie sulla stampa internazionale sono di qualche settimana fa, quando a inizio dicembre Euronews ci ha informati che, per il crescente deficit dei bilanci locali, anche i risarcimenti alle famiglie dei caduti sarebbero ormai ridotte al lumicino.
L’unica speranza, allora, resta quella riposta nel piano per la pace di Donald Trump. In quei 20 punti, su cui discuteranno oggi in Florida il presidente americano e Zelensky, si ipotizza il congelamento del conflitto lungo le attuali linee del fronte, con l’eventuale creazione di zone cuscinetto demilitarizzate e anche possibili ritiri di truppe dall’est del Paese. Sarebbe, lo sappiamo, come riconoscere all’invasore Putin interi territori dell’Ucraina, ma questo vorrebbe anche dire porre fine al massacro di città, uomini e donne, bambini, che finora avrebbe causato, secondo fonti di Kiev, oltre un milione di morti. Che, a nostro parere, forse potevano e dovevano essere evitati, fin dall’inizio, quando non pochi osservatori indipendenti ed analisti di geopolitica avevano auspicato la resa dell’Ucraina a fronte di un invasore tanto potente, militarmente assai superiore e disposto a tutto.
Il nostro auspicio, oggi, è che cessino le armi e si guardi alla ricostruzione. Washington starebbe già lavorando ad una una roadmap che potrebbe richiedere tra i 700 e gli 800 miliardi di dollari.
RENATO D’ANDRIA





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