Si va complicando la cessione dell’ex Ilva di Taranto al Gruppo statunitense Flacks. A mettere bastoni fra le ruote alle trattative, che stavano andando avanti da tempo, è stata la decisione del Tribunale di Milano, che ha concesso all’azienda tempo fino al 24 agosto per adeguare l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia), inserendo tempi certi e vincolanti per gli interventi da effettuare, fra cui il monitoraggio delle polveri sottili, la gestione dei wind days, l’intercettazione delle emissioni diffuse. Qualora queste disposizioni non venissero rispettate, scatterebbe lo stop dell’area a caldo.

Ed è a questo punto che Flacks Group ha inviato una lettera ai commissari straordinari di Ilva e Acciaierie d’Italia, chiedendo di valutare la richiesta di istituire uno scudo penale. «Riteniamo opportuno chiarire – scrivono i vertici della multinazionale USA –  che l’introduzione di un’adeguata forma di tutela sul piano penale costituisce, dal nostro punto di vista, un presupposto essenziale per poter procedere e rappresenta un elemento determinante per consentire a Flacks Group e ai suoi rappresentanti di operare con il necessario livello di affidabilità e visibilità prospettica ai fini del raggiungimento degli obiettivi del piano industriale».

La richiesta dovrà ora essere girata ai ministeri interessati, oltre che al governo per l’eventuale emissione di un provvedimento normativo ad hoc.

Forte preoccupazione è già stata espressa dal ministro delle imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, perché il provvedimento del Tribunale milanese – che peraltro i legali anno già deciso di impugnare in Corte d’Appello – potrebbe non solo mettere a forte rischio l’ingresso degli americani, ma pregiudicherebbe anche il prestito ponte da 390 milioni di euro autorizzato dall’Unione europea, risorse essenziali per garantire la continuità produttiva nei prossimi mesi.

Renato d’Andria

«In ballo – osserva Renato d’Andria – c’è il futuro di circa ventimila lavoratori, fra addetti diretti e indotto. Lo “scudo penale” per l’Ilva, oggi richiesto dal gruppo americano, esisteva ma era stato abolito dal governo Conte II nel 2019 e fu proprio questo a provocare la dura reazione di ArcelorMittal. L’esecutivo Meloni lo ha reintrodotto con i decreti del 2023, ma oggi si richiede al governo un ulteriore passaggio per tutelare le sorti dei lavoratori, insieme all’ambiente e, più in generale, all’economia del nostro Paese. Si tratta di un passaggio difficile, ma siamo fiduciosi che arriverà».

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