«Olof Palme non ha avuto giustizia, né dalla legge né dal suo partito. Dagli anni Novanta in poi i socialdemocratici svedesi, anziché spendersi per una visione alternativa della società, hanno gettato alle ortiche tutto ciò per cui Palme si era battuto, pur tra compromessi e ambiguità». E’ quanto scrive Monica Quirico, ricercatrice presso l’Istituto di storia contemporanea della Södertörn University di Stoccolma, in un saggio appena pubblicato su Left.

Il testo parte dal 1986, quando Palme è al suo secondo mandato, cominciato nel 1982, «molto più tempestoso del primo (1969-1976), che ha catalizzato l’attenzione internazionale per la quantità e qualità delle riforme approvate e l’impegno a favore della pace e della giustizia globale». Ma Quirico rievoca anche le fasi precedenti della sua inarrestabile carriera, costellate da «attacchi, talvolta grevi: il suo tradimento di classe non gli sarà mai perdonato (un rampollo dell’alta borghesia che si schiera con il movimento operaio!); le durissime parole con cui condanna, da giovane ministro, la guerra del Vietnam sconcertano l’élite del paese; una serie di scandali offusca, durante il primo mandato, il suo rapporto con gli intellettuali e i giovani; la sconfitta elettorale del 1976, dopo quarantaquattro anni ininterrotti di governi socialdemocratici, è frutto anche della sua contestata scelta pro-nucleare». E Nel 1975, ricostruisce Quirico, «la LO, il ramo sindacale del movimento socialdemocratico, presenta una proposta (nota come Piano Meidner) che prevede un graduale trasferimento della proprietà delle grandi aziende dai privati a fondi amministrati dai sindacati stessi».

Nel suo secondo mandato Palme ha di fronte una sfida molto più complessa: si sta delineando un nuovo ordine del mondo, all’insegna del neoliberalismo. Deve inoltre affrontare la crisi finanziaria lasciata dai governi di centrodestra e, per farlo, i socialdemocratici svedesi puntano sulla svalutazione, nel tentativo di «favorire le imprese e i profitti a scapito dei salari reali e della spesa pubblica». Palme asseconda «la “terza via” del ministro delle finanze Kjell-Olof Feldt», nonostante l’opposizione del sindacato, «nella speranza di riuscire a salvare il “modello svedese”».

Da qui comincia il clima di odio che porterà alla sua uccisione. «Il leader socialdemocratico, da sempre anticomunista e ostile al Piano Meidner (tanto da neutralizzarne l’impatto), diventa così, nella propaganda imprenditoriale, il cavallo di Troia della sovietizzazione del paese.
Palmehat (l’odio per Palme) «è una categoria a sé stante, nella storia politica europea. In un tempo in cui i social non sono neanche in mente dei, il primo ministro svedese finisce per essere il bersaglio di una campagna denigratoria e intimidatoria che spazia dagli adesivi con il suo volto al centro di un bersaglio appiccicati da borghesi “perbene” sul parabrezza dell’auto alle minacce vere e proprie di gruppi di estrema destra, che non risparmiano neppure la sua famiglia».

Un clima che culminerà nel brutale attentato. «La sera del 28 febbraio 1986 un proiettile lo colpisce, a poca distanza dal quartier generale del suo partito. Palme e la moglie, dopo essere andati al cinema, senza scorta, con uno dei figli e la fidanzata, si dirigono verso la stazione della metro; un uomo, che li sta aspettando, si avvicina, grida “signor Palme” e poi spara a entrambi. Il primo ministro muore poco dopo».

Da qui la ricercatrice ripercorre le tappe di indagini fatte male, durate trent’anni senza approdare a nulla. Fino all’amara conclusione. «L’omicidio del primo ministro svedese, propiziato – chiunque sia il colpevole – dalla campagna d’odio della borghesia, appare come una cartina di tornasole dell’indisponibilità del capitalismo ad accettare Allende come Palme, un progetto di socializzazione dell’economia così come un riformismo avanzato e nondimeno attento alle compatibilità di sistema. Una lezione di cui oggi, al tempo del definitivo divorzio fra capitalismo e democrazia, bisognerebbe prendere atto, se si vuole parlare seriamente di trasformazione sociale».

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